“Radiance Opposition”: compresenza e tensione degli opposti. La ricchezza e la forza del contrasto nel nuovo album dei Julie’s Haircut
Per questo nuovo appuntamento delle interviste di The Beat vi portiamo in viaggio con “Radiance Opposition” l’ultimo capitolo sonoro dei Julie’s Haircut: dopo “In the Silence Electric” (2019), il progetto artistico emiliano torna a ipnotizzarci con un linguaggio musicale sempre più personale e cangiante. Ogni brano del nuovo album custodisce e ispira una visione e un’esperienza d’ascolto diversa.
Siamo quindi felici di ospitare Nicola Caleffi (cofondatore, chitarra, voce, basso elettrico, tastiere) e Andrea Rovacchi (tastiere, percussioni, registrazione e mixaggio), membri storici della band, che ci accompagnano dentro la genesi del disco e le sue tensioni interne. Gli abbiamo chiesto di raccontarci da dove nasce questa “radianza sonora” che si oppone, si espande, muta e cosa resta dopo averla ascoltata.
Ciao Nicola, ciao Andrea, benvenuti su The Beat. Prima di addentrarci nel viaggio sonoro di “Radiance Opposition”, perché il viaggio è davvero una componente essenziale della vostra musica, facciamo un passo indietro.
Sono passati quasi trent’anni da Fever in the Funk House, il vostro primo album in studio: come sono nati i Julie’s Haircut e quali tappe fondamentali ne hanno segnato l’evoluzione fino a oggi?
[N.C.] Siamo nati come trio nel 1994: io, Laura Storchi e Luca Giovanardi . Nei primissimi mesi siamo stati fondamentalmente un trio: all’inizio Luca suonava la batteria, Laura il basso e io la chitarra. Poi abbiamo iniziato ad allargarci: Luca è passato alla seconda chitarra e abbiamo introdotto un batterista, che dopo un paio d’anni è cambiato. In quella prima fase della band siamo rimasti quindi un quartetto, più o meno fino alla registrazione di Fever in the Funk House, che hai ricordato prima e che, a tutti gli effetti, è il nostro primo disco vero e proprio. È uscito nel 1999 e lo abbiamo registrato insieme ad Andrea Rovacchi, che all’epoca lavorava come fonico in uno studio di Rubiera.
Con lui avevamo già registrato il primo singolo su vinile, il nostro primo 45 giri, e più o meno nello stesso periodo anche il primo album, appunto Fever in the Funk House.
Già a partire da quel disco abbiamo iniziato ad aprire la formazione classica del quartetto a collaborazioni esterne, soprattutto con amici o musicisti conosciuti nel corso degli anni. Alcuni di loro hanno collaborato ai dischi e, in certi casi, sono poi diventati membri effettivi della band per un periodo di tempo. Nel primo album, ad esempio, ci sono interventi di tastiere e fiati di Fabio Vecchi, un amico di un nostro caro amico, che di lì a poco è entrato in pianta stabile nella formazione ed è rimasto con noi per alcuni anni, più o meno fino al 2005. Quel periodo, a cavallo tra la fine degli anni Novanta e la prima metà dei Duemila, corrisponde a quella che possiamo definire la nostra formazione più “classica”, sia in termini di scrittura sia di approccio all’indie rock di stampo anglo-americano. Sono i Julie’s più legati, se vogliamo, alla forma canzone tradizionale, pur avendo già probabilmente una nostra cifra stilistica ben riconoscibile.
Poi, più o meno a metà degli anni Duemila, dopo circa dieci anni passati a scrivere canzoni, portarle in sala prove, arrangiarle e registrare dischi preparati quasi “a tavolino”, abbiamo deciso di aprirci a una nuova fase, più orientata alla sperimentazione, che dura ancora oggi. In questo periodo Andrea Rovacchi entra in pianta stabile nella band, dopo aver collaborato con noi come tecnico di studio. Con l’uscita di After Dark My Sweet nel 2006, il nostro quarto album, entra anche Andrea Scarfone, chitarrista e bassista, andando a definire l’ossatura della band. Nel 2011 entra Ulisse Tramalloni alla batteria, completando quella che diventerà la formazione fissa: io, Luca, Andrea Scarfone, Andrea Rovacchi e Ulisse. Da allora il nucleo stabile è rimasto questo per circa quindici anni. Nel 2015 si unisce a noi Laura Agnusdei, che ha partecipato a tre dischi realizzati tra il 2015 e il 2019. Infine, dopo una pausa discografica tra il 2019 e oggi, durante la quale abbiamo comunque lavorato molto in studio, siamo arrivati a questo disco appena uscito.

Questo nuovo capitolo sonoro dei Julie’s Haircut è segnato da un’importante novità: l’ingresso di Anna Bassy , cantante e compositrice italo-nigeriana, che apre nuove possibilità timbriche e compositive. La sua voce è magnetica, calda, luminosa e vibrante, con una presenza soul che non sovrasta ma si incastra nei vostri spazi sonori. Come è nato l’incontro con lei e, oltre alla voce, in che modo Anna ha contribuito al processo creativo e alla realizzazione di “Radiance Opposition”?
[A.R.] Anna ci è stata consigliata da Damiano Miceli di Panico Concerti, che è stato il nostro tour manager dal 2017 al 2019–2020, prima dello stop ai concerti. Circa un anno e mezzo fa ci aveva parlato di lei: anche Anna era un’artista del roster di Panico Concerti e, secondo Damiano, poteva incastrarsi bene con quello che stavamo facendo in quel periodo. A quel punto abbiamo preso contatti con lei , soprattutto tramite Nicola, e le abbiamo mandato i brani su cui stavamo lavorando in studio. In quel momento erano quasi tutti strumentali: forse due o tre avevano già delle parti cantate.
Anna li ha ascoltati, ha iniziato a lavorarci da casa e poi è arrivata in studio per registrare le take di voce, con parti e testi scritti da lei. In quatto brani, linea melodica, la parte vocale e testo, sono proprio farina del suo sacco e poi è andata ad aggiungere la sua voce in un paio di brani cantati da Nicola. Abbiamo fatto solo tre sessioni in studio.
Si è creata sin dall’inizio una buona sinergia…
[A.R.] Sì, mi aveva colpito molto perché su alcuni brani aveva trovato subito delle linee vocali molto interessanti che poi in studio abbiamo sviluppato e cercato di inquadrare meglio sui pezzi.
Qual è stato il punto di partenza di “Radiance Opposition”? C’è stata una prima traccia che avete concepito e da cui è partito tutto o il disco è nato da una fase di sperimentazione più generale? Come si sono sviluppate le prime idee e l’atmosfera dell’album?
[A.R.] Fra i brani presenti nel disco, quello più vecchio è Extinction of the Sun: nasce da una session di registrazione che avevamo fatto nell’estate del 2020. Avevamo deciso di trovarci tutti in studio per un paio di giorni e suonare in modo completamente libero. In quell’occasione c’era anche un’altra batterista, Clara Romita, che in quel periodo suonava con Any Other.
[N.C.] Dall’estate del 2020, per due-tre anni, abbiamo continuato a trovarci in studio per buttare giù idee. Tantissime cose sono state scartate, come è ovvio, mentre altre hanno finito per entrare nel disco. Con il passare dei mesi, queste tracce hanno cominciato a configurarsi come canzoni: alcune cantate da me o da Luca, altre ancora a livello di embrioni strumentali. Questo è il materiale che poi abbiamo passato ad Anna da ascoltare, valutare e su cui ha iniziato a inserire la sua voce e i suoi testi.
Perciò, in realtà, il disco non ha avuto una gestazione organica unica, ma si è sviluppato in un arco di tempo piuttosto lungo. L’arrivo di Anna ha però accelerato il processo: nel giro di un anno o poco più abbiamo definito in maniera completa le otto tracce che sono finite nel disco, più un paio rimaste fuori. Per noi questo è un tempo di lavorazione normale: non abbiamo mai fatto un disco in meno di un anno.
Prima c’è stato un periodo in cui probabilmente non riuscivamo a trovare una quadra rispetto a tutte le idee messe un po’ nel calderone. La collaborazione con Anna ha fatto scattare un “click” che ci ha aiutato a mettere meglio a fuoco la natura di quello che stavamo facendo, lasciando da parte ciò che non c’entrava o non era strutturato, e concentrandoci su alcune idee che hanno cominciato davvero a funzionare.
[A.R.] Sì, il suo apporto ha dato una svolta ad alcuni brani. Ecco, li ha praticamente terminati.

Esplorando l’album, ho avuto la sensazione che ci sia un filo invisibile che collega sonorità, filosofia e tematiche dei testi del disco e artwork. In “Radiance Opposition” tutto ruota attorno all’idea di trasformazione e all’equilibrio-contrasto tra opposti: nei suoni convivono psichedelia, elettronica liquida, poliritmie, suggestioni trip-hop, krautrock, venature stoner e persino accenni soul dati dalla voce di Anna, voci maschili e femminili, come se elementi apparentemente inconciliabili trovassero un loro dialogo. Il titolo stesso, ispirato all’I Ching, richiama il tema della mutazione, dell’opposizione di forze complementari, così come l’artwork minimale di Zoë Croggon, che mette in tensione luce e ombra. Questa connessione è nata spontaneamente o c’era fin dall’inizio l’idea di costruire un concept che unisse sonorità, filosofia e immagine? Scusate il lungo giro di parole, ma l’album è così ricco di elementi che non è facile riassumere tutto. Spero di essere stata chiara…
[N.C.] Chiarissima! In realtà hai colto tutte cose giuste. Ti direi però che non è tutto casuale, ma non è nemmeno qualcosa di studiato a tavolino: non c’è stato un progetto pensato fin dall’inizio per fare un disco così sotto ogni punto di vista.
A livello musicale, come dicevamo prima, c’è stato innanzitutto l’incontro con Anna, che in un certo senso appartiene al caso e che ha rappresentato una svolta importante nel rendere il disco quello che è. Lo stesso vale anche per l’aspetto concettuale, per l’immagine grafica, per il titolo e per ciò che volevamo comunicare con questo album. Tutte le cose che hai citato ci sono, ma non in maniera didascalica: per noi è fondamentale che l’ascoltatore resti libero di trovare nella nostra musica quello che vuole, o quello che la sua sensibilità gli suggerisce.
Sicuramente il tema della compresenza – e non tanto dell’unione, quanto del contrasto – tra opposti è un elemento centrale di questo disco. Lavorando in studio in questi anni, ci siamo accorti che convivevano brani estremi come Extinction of the Sun, che appartiene a un mondo di psichedelia molto espansa, quasi lisergica, se vuoi anche vicina allo stoner, e allo stesso tempo pezzi come To the Sacred Mantle, che stanno esattamente dall’altra parte: elettronica fredda, algida, costruita quasi interamente con i sintetizzatori.
Erano mondi lontanissimi, ma che alla fine esprimevano comunque la nostra personalità. Tenere insieme questi due elementi, senza forzarli a incontrarsi, ma lasciandoli convivere uno accanto all’altro, per me è diventata una forza.
Abbiamo cercato di restituire questa compresenza di elementi molto distanti anche a livello concettuale, trasformandola in una ricchezza. Anche l’uso dell’I Ching va in questa direzione: certo, c’è il tema della trasformazione, ma più che quello ci interessava l’idea di due dimensioni opposte che convivono, che non necessariamente si integrano, o che magari trovano punti di contatto in modi non organici.
C’è sempre una tensione che rimane latente, anche nel disco, ed è proprio quella tensione – secondo me – a renderlo interessante, nella compresenza di aspetti molto diversi tra loro. E probabilmente sì, la voce di Anna è il filo che, alla fine, riesce davvero a tenere insieme tutte queste cose.
[A. R.] Bisogna anche considerare la cronologia dei brani e come si sono sviluppati. Si parte dal 2020 con Extinction of the Sun, l’unico pezzo, a parte me che registravo, suonato in presa diretta: è un estratto da una jam. Gli ultimi due brani entrati nel disco sono Wounds e To the Sacred Mantle, che erano provini di Luca.
Li abbiamo sviluppati in studio, poi fatti ascoltare ad Anna, ed è stata lei a decidere dove mettere la voce. Alcuni brani li ha scartati perché non sentiva di poterci aggiungere nulla. Altri pezzi hanno avuto uno sviluppo completamente diverso.
Per esempio I Can See the Light, il brano di apertura, aveva una struttura costante: secondo me doveva cambiare, come se iniziasse un altro pezzo. L’ultima parte, con l’ingresso della voce di Anna, è stata costruita dopo. Il processo creativo dell’album si è sviluppato in momenti diversi, nell’arco di quattro – cinque anni, seguendo un percorso naturale e spesso imprevedibile.

L’album ha una forte componente rituale e sciamanica: i brani crescono per stratificazione, spesso partendo da una pulsazione minimale, da un accordo e trasformandosi in paesaggi sonori sempre più densi e ipnotici. Immagino che non ci sia una regola fissa, ma come nasce questo tipo di scrittura? È un processo istintivo e collettivo, costruito su improvvisazioni e jam, oppure partite da strutture già definite, frutto di una scrittura individuale poi elaborata insieme per organizzare poliritmie, texture elettroniche e arrangiamenti lisergici? Forse entrambe le cose credo …
[A.R.] Sicuramente elaborata insieme. Come abbiamo detto più volte, c’è Extinction of the Sun, che nasce come un estratto di una jam. Gli altri brani invece erano tutti provini portati da Nicola o da Luca, che hanno anche dei loro side project esterni alla band.
Li elaborano a casa, spesso con l’ausilio del computer, poi li portano in studio e lì vengono sviluppati con l’apporto di tutti noi.
[N.C.] Sì, si parte da queste bozze buttate giù a casa, che sono ancora a livello di scheletro: magari c’è un giro melodico strumentale, oppure un’idea per la voce. Le portiamo in studio le ascoltiamo insieme con Andrea e poi iniziamo a ragionare su come tutti e cinque possiamo dare il nostro contributo per rendere viva una cosa che nasce fondamentalmente a livello di progetto che poi deve diventare “vera”, assumere una sua tridimensionalità. Non ci sono regole scritte. Ci sono brani, per esempio, in cui io non suono nulla o non canto: l’importante è che il brano funzioni. Non necessariamente ogni volta dobbiamo esserci tutti e cinque, o tutti e sei, che facciamo qualcosa.
[A.R] Ad esempio, in metà dei brani del disco io non ho suonato una nota.
[N.C.] E poi, a merito di Andrea, bisogna dire che è vero: magari lui nella metà dei brani non suona nulla, però in realtà è proprio lui a dare ai pezzi la forma così fantastica che arrivano ad avere sui nostri dischi. Perché c’è un lavoro veramente molto preciso e molto meticoloso, non solo sul suono, ma anche su come le cose vengono suonate, strutturate, su come devono suonare rispetto alle altre. Questo è davvero un lavoro molto prezioso, che non tutti sono in grado di fare.
Il vostro alchimista…
[N.C.] Sì, è molto bravo.

Guardando la tracklist, sembra di attraversare un percorso simbolico e rituale: la luce che appare (I Can See the Light), il cerchio che contiene gli opposti (Unit Circle), la terra che conosce ogni cosa e in qualche modo ci parla (The Earth Knows), la luna di primavera che guida (Spring Moon), un mantello sacro da indossare nel percorso (To the Sacred Mantle), le ferite riportate (Wounds), l’estinzione del sole e di conseguenza della luce (Extinction of the Sun), e infine un tappeto di candele all’alba (6 AM Carpet Candlelight), doppia luce che torna. Più che una mera sequenza di brani, io l’ho vissuta come un percorso sonoro simbolico di trasformazione: c’è un motivo dietro questo ordine e questa esperienza di ascolto?
[N.C.] La tracklist, cioè la sequenza di brani nei nostri dischi, non è mai sicuramente casuale, è sempre frutto di una scelta ragionata che, a partire dal materiale che abbiamo, cerca di dare un senso anche di narrazione a quello che succede quando uno inizia ad ascoltare il nostro disco e affronta questo percorso, questo viaggio.
Non c’è sicuramente una riflessione concettuale dietro alla costruzione di una tracklist, non nei termini che dici tu, cioè noi non abbiamo la pretesa di scrivere un saggio filosofico con i nostri dischi. Noi siamo una band, una band di rock fondamentalmente – anche se questa forse è un’etichetta che ormai ci va piuttosto stretta- e parliamo attraverso la musica, che è sia musica ma anche parole.
Parliamo attraverso la musica e cerchiamo di esprimere un mondo di emozioni, di sensibilità attraverso le canzoni. Lo facciamo anche con scelte iconografiche delle nostre copertine, sempre molto meditate, e attraverso i titoli dei brani. La componente visuale è quindi molto importante e la scelta dei titoli non è mai casuale; alcuni riferimenti simbolici ci stanno.
Però non c’è l’idea di dire all’ascoltatore: “abbiamo fatto questo disco perché c’è dietro una filosofia”. Questo disco è il risultato di quello che siamo come collettivo di musicisti in questo momento, l’espressione di chi siamo ora.
Ovviamente, quello che siamo come collettivo è anche il risultato delle esperienze individuali: quando ciascuno di noi propone o elabora un brano insieme agli altri, esprime tutto il proprio bagaglio di esperienze, sensibilità, letture, conoscenze e passioni, che poi confluiscono nel risultato finale.
Partendo da questo, come immaginate che “Radiance Opposition” venga vissuto e ascoltato: come un flusso dall’inizio alla fine o anche in modo più libero e discontinuo?
[A.R.] Secondo me questo disco può anche essere ascoltato in maniera frammentaria. Ci sono brani che stanno bene da soli, nel senso che possono essere apprezzati individualmente. Nella scaletta c’è comunque un flusso: se uno riesce ad ascoltarlo dall’inizio alla fine – io l’ho fatto un paio di volte, soprattutto in cuffia – si percepisce uno scorrere e un significato globale. Sì, possiamo parlare di viaggio, anche se non in senso totale. Ci sono sensazioni contrastanti da un brano all’altro, ma allo stesso tempo alcuni pezzi possono essere ascoltati andando “di palo in frasca”, senza seguire l’ordine preciso del disco. Ashram Equinox , il nostro disco del del 2013 era un vero e proprio concept, tutto legato dall’inizio alla fine, e lo suonavamo anche dal vivo tutto di fila.
“Radiance Opposition” riprende alcuni aspetti di quel disco, ma ha brani che possono stare da soli. Alcuni pezzi hanno anche una valenza più pop, rispetto al nostro solito.
[N.C.] Ad esempio, quando abbiamo fatto il Listening Party su Bandcamp, a cui ha partecipato anche Arianna, è stato molto bello per me. Conosco ovviamente bene il disco, ma sentirlo suonato dall’inizio alla fine e vedere le vostre reazioni, di chi lo ascoltava per la prima volta nella sua interezza, è stato entusiasmante. Anche i commenti a ogni brano nuovo che partiva erano molto interessanti.
Per cui sì, credo che sia sicuramente un disco bello da ascoltare dall’inizio alla fine, perché ha un suo senso. Ovviamente a noi piace dare una certa compiutezza formale alle cose che facciamo, ma come dice anche Andrea, i brani funzionano bene anche singolarmente.

Dopo l’esperienza con Rocket Recordings, per “Radiance Opposition” avete scelto una strada più autonoma, pubblicandolo in Europa con la vostra etichetta Superlove e nel Regno Unito con Weird Beard. Cosa vi ha portato a fare questa scelta?
[A.R.] Per quel che riguarda l’Italia, avevamo contattato alcune realtà un po’ a monte, durante la lavorazione dei brani del disco, poi glielo abbiamo mandato: non che l’abbiano criticato, ma non siamo arrivati a una collaborazione. Superlove esiste già da tanto tempo come etichetta, quindi abbiamo detto: “Tanto vale che lo licenziamo con Superlove”.
Per la distribuzione della parte fisica abbiamo contattato direttamente Audioglobe, che era ben contenta di occuparsene, quindi alla fine copre tutto quello di cui abbiamo bisogno da questo punto di vista. Anche perché i Julie’s Haircut sono un gruppo che, dopo tanti anni, hanno già un suo pubblico, quindi non abbiamo necessità di avere un’etichetta che faccia un certo tipo di lavoro. Poi abbiamo trovato un ufficio stampa per la comunicazione sul disco.
Diciamo che per l’Italia abbiamo tutti gli elementi necessari per far andare avanti questo progetto. Per quanto riguarda Weird Beard, in Inghilterra avevamo fatto sentire il disco anche a Rocket Recordings, l’etichetta inglese che aveva prodotto, stampato e distribuito gli ultimi due dischi precedenti: su questo materiale non erano interessati, forse perché questa strada non andava bene per il loro target.
Alla fine abbiamo contattato varie etichette in Inghilterra, negli Stati Uniti e forse anche in Germania — non ricordo bene – Nicola e Luca si occupano di queste cose, e penso che per l’Inghilterra si sia resa disponibile Weird Beard solo per la distribuzione locale.
[N.C.] Sì, è così. L’appoggio per l’Inghilterra oggi è fondamentale, perché con la Brexit la spedizione delle copie fisiche dall’Europa ha costi ormai proibitivi.
Avere un’etichetta locale che garantisca anche una distribuzione piccola, se vogliamo, di un certo numero di copie direttamente lì è molto utile.
Per il resto, sul fatto che ce lo siamo autoprodotti, fondamentalmente c’è il discorso della Rocket, che questa volta non era interessata a uscire con un disco abbastanza diverso dai due che abbiamo fatto con loro, che erano più classicamente orientati allo psych rock. Questo è un disco diverso, ma è proprio quello che volevamo fare, per cui l’autoproduzione alla fine si è rivelata una necessità per noi.
Non dico che i dischi ce li siamo sempre autoprodotti, però un po’ sì: abbiamo sempre voluto fare i dischi che volevamo fare e, di volta in volta, abbiamo trovato le etichette che si sono sintonizzate con noi in quel momento rispetto a quello che stavamo facendo. Per cui, da questo punto di vista, non è tanto diverso. Poi c’è la collaborazione con Audioglobe, che è molto importante perché garantisce comunque la distribuzione.
Il Radiance Opposition Tour partirà Il 15 gennaio dal Locomotiv Club di Bologna e vi porterà in Italia, Regno Unito e Germania. I vostri concerti sono sempre stati esperienze quasi sciamaniche e totalizzanti, dove energia e rapimento si fondono. Con che stato d’animo affrontate questo ritorno sul palco? Siete pronti?
[N.C.] Quasi…
[NdR] Ridiamo.
[A.R.] Io sono abbastanza sereno e anche molto felice di fare questi concerti.
[N.C.] Sì, abbiamo iniziato a provare dall’inizio di ottobre in maniera abbastanza costante.
[A.R.] …Sì, anche perché i brani avendoli costruiti praticamente in studio, poi bisogna impararli a suonare per fare i concerti. È come ripartire un po’ da zero, ecco…
Che bello! Mi siete mancati, non vedo l’ora di sentirvi dal vivo. Grazie per questo disco e per il vostro tempo, fate i complimenti a tutta la band e buona promozione dell’album.
[N.C.] Grazie a te, a presto!
[A.R.] A presto! Grazie!
Bentornati Julie’s Haircut, che con la loro consueta capacità di sorprendere mostrano ancora una volta la profondità del loro lavoro.
Foto Antonio Viscido


