Le contiamo sulla punta delle dita: 5 domande ai nostri artisti, il tempo di batter 5 et voilà, in 5 minuti le risposte.
“Fiammiferi”, primo singolo di Galeone, venticinque anni da Roma, nasce da una scrittura fatta di dettagli minimi e frammenti, più che di storie compiute. Piccole cose laterali che diventano visibili solo quando qualcosa le sposta dal loro posto.
Gli episodi che compongono il brano non seguono una forma lineare, ma convivono senza un ordine preciso. Una successione di momenti che restano aperti, sospesi.
In questo spazio entra il lavoro con Riccardo Sinigallia, che non “riordina” il brano ma lo accompagna mentre prende forma. La demo iniziale rimane viva e si intreccia con interventi nati in studio in modo istintivo, come l’arpeggio di chitarra diventato poi uno degli assi portanti del pezzo.
Il brano si costruisce così per accensioni brevi: due presenze che si sfiorano, tra inciampi quotidiani e disallineamenti leggeri, senza mai arrivare a una forma definitiva.
Nel Batti 5 di oggi ci facciamo raccontare “Fiammiferi” da Galeone.

In ‘Fiammiferi’ ogni frammento quotidiano sembra aprirsi come una scena: cosa ti attira delle cose piccole, silenziose, quasi ai margini dello sguardo?
Forse mi attirano proprio perché non fanno troppo rumore. Sono quelle cose che spesso noti solo quando sono fuori posto. Poi mi piacciono perché per vederle ti costringono ad avvicinarti.
Il titolo è un frammento, un oggetto tra tante immagini, ma anche una possibile metafora di qualcosa che prende fuoco e si consuma velocemente. Quando scrivi, attingi a suggestioni visive o a una dimensione più cinematografica delle canzoni?
Forse le canzoni sono un po’ come le scatole dei traslochi dove ammucchi tutto insieme. Infatti non penso di avere un approccio molto “cinematografico” quando scrivo. Sicuramente non c’è una coerenza temporale, non sono storie con un inizio e una fine ben definiti. Più che altro sono una specie di insieme disordinato di episodi. Come dire “siamo qui, in questo posto, e sono successe un po’ di cose… eccole”. Quindi credo di essere orientato sicuramente più verso la prima.
La produzione di Riccardo Sinigallia ha “smontato e rimesso su nuovi binari” il brano. Ci racconti qualcosa di questo processo?
Il lavoro con Riccardo è stato molto spontaneo. L’idea non era tanto quella di controllare ogni passaggio, quanto di lasciare che il brano prendesse forma mentre succedeva. Siamo partiti dalla demo originale e, in studio, abbiamo iniziato a intervenire in modo istintivo, aggiungendo o sostituendo elementi che emergevano al momento.
Un esempio è l’arpeggio di chitarra che nella demo non esisteva. È nato per caso, mentre stavo suonando senza pensarci troppo, e Riccardo lo ha subito riconosciuto come qualcosa da tenere. L’abbiamo registrato lì per lì e alla fine è diventato l’elemento centrale attorno a cui il brano si è poi costruito.

Nel comunicato si parla di due persone goffe, di piccoli disastri quotidiani e di un certo disordine. Nella canzone però mi sembra che tutto questo assuma più un valore che un difetto, lasciando emergere una comunicazione profondamente personale. Più che dare forma al caos, potrebbe essere una via per accettarlo così com’è?
Sì, devo ammettere che non sono esattamente la persona più ordinata del mondo. Non so se voglio venderla proprio come una qualità. Magari spero che in qualche modo ogni tanto lo diventi.
Credo che alcune volte questo disordine finisca più per essere accettato per pigrizia. Non c’è tanto il tentativo di rimettere tutto a posto, quanto di starci dentro e basta.
Nel pezzo restano tracce della demo casalinga, come voce e piano elettronico. È una scelta estetica o anche un modo per preservare la prima scintilla del brano?
Direi che è un po’ tutte e due le cose. Ci piaceva molto la demo originale, aveva già qualcosa di vivo che non volevamo perdere. Era una registrazione più spontanea, senza troppe sovrastrutture. Riccardo ha voluto quindi provare a tenere insieme quel nucleo iniziale con nuove parti registrate in studio, creando una specie di dialogo tra le due dimensioni. E alla fine sì, è stata anche una scelta estetica. Quella versione anche un po’ imperfetta ci convinceva molto.
Foto Giacomo Gianfelici Valerio Bulla


