,”SABLE, fABLE” – Bon Iver

"SABLE, FABLE" - Bon Iver

Cosa succede quando un inverno diventa musica? Quando il silenzio di una baita tra i boschi del Wisconsin si trasforma in armonie malinconiche e voci spezzate? Nasce Bon Iver.
Dietro questo nome evocativo, che trae origine dall’espressione francese bon hiver (buon inverno), si cela il progetto musicale di Justin Vernon, nato durante un periodo di isolamento in una remota baita del Wisconsin.
Era il 2006, e Vernon, in cerca di una rinascita personale e artistica, si trasferì da Raleigh (North Carolina) in Wisconsin lasciandosi ispirare dal gelo e dalla solitudine per dare vita a un album intimo e struggente: “For Emma, Forever Ago”(2007).
Quello che inizialmente sembrava un progetto solista si è poi evoluto in una band a tutti gli effetti, con una formazione variabile ma sempre guidata dalla sensibilità artistica di Vernon.
Negli anni, i Bon Iver hanno saputo trasformare quella malinconia originaria in un caleidoscopio sonoro, esplorando generi che spaziano dal folk al pop sperimentale, fino all’elettronica più raffinata. Il percorso artistico di Vernon riflette la sua capacità di reinventarsi, rimanendo fedele alla propria essenza, anche quando le circostanze personali e musicali cambiano.
Ogni album dei Bon Iver è un capitolo diverso, un’evoluzione coerente con la ricerca costante di una verità musicale e umana, sempre guidata da una venatura intima e introspettiva.


Nel 2011, il gruppo ha pubblicato l’omonimo “Bon Iver, Bon Iver“, ampliando il proprio orizzonte musicale con arrangiamenti più complessi e sonorità sperimentali. Il terzo album, “22, A Million” del 2016, ha segnato una svolta verso l’elettronica e l’uso di effetti vocali, mostrando la volontà di Vernon di esplorare nuovi territori sonori. Nel 2019 è uscito “i,i“, un lavoro denso che combina elementi dei precedenti album, evidenziando una maturità artistica e una continua evoluzione stilistica.
Dopo una pausa, nel 2024 è uscito l’EP “SABLE“, un ritorno alle radici folk con una produzione minimalista e testi introspettivi e cupi; un prologo a quello che sarà il quinto album in studio, “SABLE, fABLE“, uscito l’11 aprile per la consueta Jagjaguwar, etichetta discografica indipendente statunitense con cui sono stati pubblicati i precedenti album della band.
Questo progetto è stato principalmente realizzato da Justin Vernon, fondatore e figura centrale del gruppo. Oltre a Vernon, l’album include contributi di collaboratori abituali come Greg Leisz alla pedal steel guitar, Rob Moose al violino, Michael Lewis al sassofono e Trever Hagen alla tromba. Inoltre, “SABLE, fABLE” presenta collaborazioni con artisti ospiti come Danielle Haim, che presta la sua voce nel brano If Only I Could Wait, e sia Dijon che Flock of Dimes, che appaiono nel brano Day One.
L’album è stato Prodotto da Justin Vernon e Jim-E Stack ed è stato registrato principalmente presso gli April Base, dello stesso Vernon, nel Wisconsin.

Il titolo “SABLE, fABLE”, suggerisce un gioco di contrasti: la natura enigmatica e oscura del termine ‘SABLE’, che rimanda all’idea di semi-oscurità, contrapposta alla narrazione implicita in ‘fABLE’. Questo dualismo si riflette anche nell’ album, sia per le tematiche che dal punto di vista sonoro. Il nuovo nato è composto da dodici brani, che possono essere suddivisi in due parti e concepiti come altrettante unità concettuali.
La prima, il prologo, comprende i tre brani pubblicati nel’EP “SABLE” (THINGS BEHIND THINGS BEHIND THINGS, S P E Y S I D E e AWARDS SEASON) e la seconda, “’fABLE’, è composta da nove brani inediti che rappresentano il racconto e l’epilogo.
Le due parti si fondono e danno vita all’intero album: “SABLE, fABLE”, una dimensione in continuo divenire. Stavamo parlando di dualismo o, meglio, di due unità concettuali e sonore distinte, perché? Da un lato, la prima metà del disco si caratterizza per sonorità più eteree, minimali, scarne; in questo segmento, le liriche esplorano temi di solitudine, paura, senso di colpa, inadeguatezza, depressione.
Dall’altro lato, la seconda parte dell’album si distingue per una ripresa di suoni più organici, densi, con l’utilizzo di fiati, archi, e un’atmosfera più terrena e concreta. Tematicamente, si fa strada una riflessione più profonda sulla connessione umana, sull’amore e la speranza, ma anche sulla difficoltà di trovare un modo per riemergere dal fango con pazienza e perseveranza.
La separazione fra le due metà è quasi palpabile, come se ogni parte dell’album rispondesse a una fase diversa di un percorso interiore, tra il disincanto iniziale e la ricerca di una redenzione finale. Questo contrasto tra suoni e tematiche crea un equilibrio intrigante che invita l’ascoltatore a un’esperienza immersiva, ricca di sfumature emotive e concettuali.

THINGS BEHIND THINGS BEHIND THINGS apre il disco con un’interferenza acustica seguita da un arpeggio circolare di chitarra, su cui si innestano sintetizzatori dilatati e una ritmica soffusa. Il testo riflette sull’accumularsi di esperienze che, stratificandosi, formano un’identità frammentata e complessa. La voce di Vernon emerge tra i riverberi, creando un senso di inafferrabilità e alienazione.

Segue S P E Y S I D E, che sposta l’atmosfera verso un paesaggio sonoro più intimo, la viola di Rob Moose regala una profondità eterea, mentre la voce si spezza e si ricompone in loop, come un ricordo sfocato. Il brano racconta un viaggio interiore tra memorie frammentarie e desiderio di riconciliazione.
Infine, AWARDS SEASON, si apre in modo quasi spoglio, con la voce di Vernon in primo piano, vulnerabile, accompagnata solo da lievi tocchi di pianoforte.
Questa nudità sonora accentua il tono confessionale del testo. Poi, con l’ingresso dei fiati e cori, si apre uno spiraglio di luce: è come se, nonostante tutto, qualcosa dentro di noi spingesse ancora verso la bellezza, verso una forma di speranza fragile ma presente; il brano affronta il tema della resilienza personale, della disillusione e della ricerca di autenticità in un mondo spesso dominato dalle apparenze.

Short Story apre la seconda parte del disco, un breve frammento sonoro di poco più di due minuti incorniciato da riverberi, albe sonore che si costruiscono su suoni che si espandono come per abbracciare il mondo. Everything Is Peaceful Love, primo singolo, si veste di un’atmosfera tranquilla e accogliente e sembra quasi fungere da manifesto concettuale dell’intero album.
Justin Vernon sovrappone linee vocali ascendenti a una base ritmica costante, trasmettendo una sensazione di risolutezza e meditazione. I sintetizzatori, le percussioni elettroniche, pedal steel, tastiere, archi, arricchiscono il tessuto sonoro che si interseca ai cori dalle sfumature gospel. Il testo esprime una gioia palpabile e una fiducia innata nella bontà, trasformando Everything Is Peaceful Love in un autentico inno alla speranza, condivisione, apertura all’amore, a una nuova relazione: “Every little thing is love”.
Anche se con accezioni completamente diverse, questa strofa mi ha fatto pensare ad un meraviglioso brano italiano, il cui testo recita: “ed amare ogni cosa perché non c’è altro da fare”, si tratta di Andromeda Maria, meraviglioso brano dell’immenso ed unico Paolo Benvegnù.

A seguire, Walk Home si muove su un paesaggio sonoro stratificato e instabile: voce filtrata che si alterna a voce nuda, armonie spezzate, glitch elettronici che si intrecciano a linee melodiche più intime. Il sentimento del cuore si fa qui più denso per abbracciare desideri più carnali.

Day One ospita le voci di Dijon e Flock of Dimes (al secolo Jenn Wasner). Le loro armonie intrecciate amplificano l’emotività del brano, dando vita a una sinergia vocale che sfocia in un’atmosfera corale e intensa, trasformando la canzone in un luminoso gospel elettronico.

Il viaggio continua poi con From che scivola sulle linee di un pop malinconico, e I’ll be there, notturna e incorniciata da sinuosi fiati. If Only I Could Wait, terzo singolo estratto dall’album, vede la collaborazione di Danielle Haim, che arricchisce la composizione con la sua voce aggiungendo una nuova dimensione al suono dei Bon Iver, fondendo elementi del folk con sfumature pop contemporanee.
Registrata durante una nevicata che ha costretto Vernon e Haim a trascorrere diversi giorni insieme nello studio April Base in Wisconsin, la canzone cattura l’essenza di quel momento di isolamento condiviso, traducendolo in un’espressione musicale di intimità e introspezione. Un dialogo musicale che esplora la vulnerabilità di chi fatica a esprimere la propria versione più autentica lontano dal bagliore di un amore nuovo.​

In There’s a Rhythmn, Vernon si muove tra memorie e nuove possibilità, chiedendosi se sia possibile “provare un altro sentimento”. Vernon esplora uno stato d’animo che, invece di cercare di cancellare, vuole trasformare. Non è una fiaba con un lieto fine, ma una riflessione sulla pazienza e sul lavoro necessario per costruire qualcosa di vero, in un rapporto o in sé stessi.
Infine, la strumentale Au Revoir chiude l’album: un commiato con suoni sintetici in dissolvenza.

“SABLE, fABLE” si presenta come un’esperienza sonora stratificata e ricca di sfumature, capace di evocare emozioni intense e viaggi interiori. Pur offrendo momenti di grande bellezza e innovazione, l’album potrebbe non convincere chi non si sente particolarmente attratto dal genere. Si tratta di un progetto interessante, ideale da ascoltare mentre si viaggia o durante una camminata in mezzo ai boschi, pur non essendo un ascolto da tenere necessariamente in loop.

 Tracklist:

01. THINGS BEHIND THINGS BEHIND THINGS
02. S P E Y S I D E
03. AWARDS SEASON
04. Short Story
05. Everything Is Peaceful Love
06. Walk Home
07. Day One (feat. Dijon e Flock of Dimes)
08. From
09. I’ll Be There
10. If Only I Could Wait (feat. Danielle Haim)
11. There’s A Rhythmn
12. Au Revoir

Jagjaguwar