Preannunciato come uno degli eventi dell’anno, la prima tappa italiana del tour degli Stereophonics non delude le attese.
La band gallese, che rivedremo impegnata nella Penisola a fine agosto per altri due concerti, viene introdotta dal giovane rocker inglese Finn Foster.
La scelta è quanto mai azzeccata poiché la proposta musicale ben si sposa con quella dei ben più famosi colleghi.
L’Alcatraz quasi pieno risponde con entusiasmo e, tra una birra e il consueto via vai dal bagno al bancone del bar, il pubblico non fa mancare applausi e sostegno.
Alle nove e mezza, un quarto dopo d’ora più tardi rispetto a quanto indicato dal tabellone, ecco spegnersi le luci e la musica.
E’ giunto il momento di Kelly Jones e del sodale Richard Jones (con lui fin dall’inizio del progetto).
Assieme a loro sono presenti anche Adam Zindani alla chitarra, Jamie Morrison alla batteria e due turnisti.

Vegas Two Times apre le danze e la risposta del pubblico, che ormai ha coperto ogni centimetro quadrato dell’Alcatraz, non si fa attendere.
Entusiasmo alle stelle e la band approfitta dell’ottima partenza per colpire con un nuovo assalto sonoro grazie a I Wanna Get Lost With You.
L’atmosfera si colora con i primi cori a gran voce e prosegue con Do Ya Feel My Love, anticipata da Kelly che chiede alla platea se Milano sente il suo amore.
E dev’essere una relazione consolidata da molti anni di frequentazioni quella tra gli Stereophonics e l’Italia. Tant’è che l’atmosfera si scalda e Jones, che ha già abbandonato il suo pesante giubbotto, introduce Have A Nice Day.
Gli spettatori meneghini, anche quelli meno avvezzi alla lingua inglese, supportano il motivo cantilenato che abbiamo tutti imparato ad amare e che tuttora resta inscalfito nonostante sia stato messo a dura prova dall’incessante utilizzo pubblicitario.
There’s Always Gonna Be Something è il primo estratto dall’ultimo album pubblicato nell’aprile scorso, ma una nutrita schiera di hardcore fan lo canta a squarciagola come se fosse già un inno.
Just Looking, a seguire, è uno dei grandi temi dell’ultima ondata brit-pop. Si tratta di uno di quei pezzi che parte in sordina per poi esplodere in tutta la sua maestosità. Nella terra della Perfida Albione la descriverebbero come instant hit e così è perché a distanza di decenni resta una gemma preziosa che non perde valore.
Avete presente quelle canzoni che appena le sentite vi rimandano al passato nel punto esatto dove vi trovavate quando l’avete ascoltata la prima volta? Ecco, l’interpretazione graffiante di Kelly Jones resta intatta e mi riporta nell’esatto momento storico in cui si comprese che dall’Inghilterra uscivano band fantastiche oltre ad Oasis, Pulp, Blur e Suede.
All In One Night è quasi un sogno ad occhi aperti e descrive la meraviglia delle fiabe a lieto fine. “Quel che non accade in una vita può accadere in un giorno”, diceva sempre il mio amico Max; e credo proprio che questa sia anche la filosofia sposata dai nostri amici gallesi.

Make It On Your Own è la seconda delle tre canzoni estratte dall’ultimo “Make ‘em laugh, make ‘em cry, make ‘em wait” e, come per la precedente, risulta essere già assimilata. La band non ha segni di cedimento, anzi, nella parte centrale dell’esibizione rilancia con Superman e Geronimo, due pezzi molto amati dal pubblico.
L’ultima sembra acquistare una marcia in più in chiave live grazie all’esibizione al sassofono baritono del turnista e polistrumentista Gavin Fitzjohn.
Maybe Tomorrow, l’inno spacca classifiche estratto dal quarto disco “You Gotta Go There to Come Back”, viene introdotto dal solo Kelly Jones, prima che la band non lo raggiunga facendo crescere il pathos e il coro di tutto l’Alcatraz.
E’ una canzone speciale, vuoi per la melodia, vuoi per il messaggio universale che accomuna tutti noi nella ricerca della nostra Strada, e il pubblico le degna giusto tributo cantandola a squarciagola.

Non da tutti però. Una nota negativa di una serata quasi perfetta è dovuta al comportamento tenuto da gran parte del pubblico.
E’ comprensibile che si voglia portare a casa un ricordo della serata, magari un breve estratto audio/video o una foto con amici o con la dolce metà, ma passare la serata a creare video da diffondere sui social o ad illuminare tutto l’edificio con i cellulari alzati, è francamente eccessivo. ‘Too much’ direbbero i giovani d’oggi e sinceramente non ci sentiamo di dargli torto.
Il problema è che questo pessimo esempio proviene dalle fasce d’età più alte, quelle che criticano i giovani perché a loro parere non sanno godersi il ‘qui e ora’, l’esperienza.
Ma per chi c’è, per chi ha pagato il biglietto con consapevolezza, ecco giungere Fly Like An Eagle, altro inno come le successive Mr and Mrs Smith e Indian Summer.
Seems Like You Don’t Know Me è l’ultimo brano estratto dal nuovo disco, ma a riscaldare il pubblico sono le tracce finali, tra cui A Thousand Trees, canzone che apriva il disco di debutto “Word Gets Around” del 1997, The Bartender And The Thief, dal secondo “Performance and Cocktails”, e dai due bis concessi C’est La Vie e Dakota.
L’ultima soprattutto, canzone umbratile, che ricorda le occasioni avute nella vita. Forse proprio per questo motivo è una delle più amate del repertorio, perché ci fa pensare a una storia d’amore preziosa, una di quelle mai andate oltre e per la quale non puoi smettere di chiederti come sarebbe andata.
Ti bastava ridere, passare un momento insieme, ti andava bene tutto e non occorreva altro se non la sola presenza di chi per un attimo ti ha fatto sentire la persona giusta.
‘So take a look at me now (quindi guardami adesso) canta Kelly Jones, e suona un po’ come la fine della serata, mentre si accendono le luci, ci si ridesta dal sogno e ognuno volge lo sguardo alla band e a chi gli sta attorno, prima di salutare e ritornare alla vita reale.


