“Not on the Radar” – Mark Fry

Oggi, nelle nostre riflessioni sonore, esploriamo la figura di Mark Fry (Mark Lewis Fry); artista britannico che vive in Normandia.
Pittore raffinato e musicista visionario, ha saputo intrecciare immagini e suoni in un percorso creativo unico: un linguaggio personale e sospeso, capace di evocare mondi interiori e rarefatti.

È emerso nei primi anni ’70 con il leggendario “Dreaming with Alice” (1972), album registrato a Roma, che col tempo è diventato un oggetto di culto per gli appassionati di folk psichedelico.
Fry ha poi proseguito la sua carriera musicale con una serie di album che esplorano sonorità eteree, introspettive, a tratti lisergiche; lui ha sempre preferito i sentieri laterali della musica, lontano dai riflettori del mainstream.

Adesso apriamo una piccola ma doverosa parentesi, per parlare del suo soggiorno in Italia e di quell’esordio che non ha avuto allori nell’immediato, ma qualche decennio dopo la sua pubblicazione.
Negli anni ’70, mentre studiava all’Accademia di Belle Arti di Firenze,  Mark Fry – nato a Epping (Essex) in una famiglia di artisti– fu notato dal produttore Vincenzo Micocci, che gli offrì l’opportunità di registrare un disco con la IT Dischi Records, una sussidiaria della RCA. Fu così che nacque “Dreaming with Alice”, un album fuori dal tempo che lo portò anche ad aprire alcuni concerti di Lucio Dalla.
Poco dopo, Fry tornò in Inghilterra e continuò a dedicarsi alla pittura e a suonare, pur senza pubblicare altri lavori per diversi anni. Nel frattempo, a sua insaputa, quel disco rarefatto e misterioso iniziò a circolare tra appassionati e collezionisti, diventando un oggetto di culto: copie originali venivano battute all’asta per migliaia di sterline, e  Record Collector lo inserì tra i venti album fondamentali dell’acid-folk.

Dopo una lunga pausa, dal 1972 Fry è tornato ufficialmente alla musica nel 2008 con “Shooting the Moon”, seguito da “I Lived in Trees” (2011), una collaborazione con The A. Lords che ha ricevuto ampi consensi. Nel 2014 ha pubblicato “South Wind, Clear Sky”, un album ispirato alla vita di Antoine de Saint-Exupéry, caratterizzato da arrangiamenti raffinati e atmosfere sognanti.
Nel 2014 ha anche registrato “Mark Fry Live in Japan”, testimonianza di una serie di concerti tenuti a Tokyo. Il suo ultimo lavoro, “Not on the Radar”, in uscita il 16 maggio, rappresenta un ulteriore passo nella sua evoluzione artistica, con brani che spaziano tra folk pastorale, momenti acustici e influenze elettroniche.

“Not on the Radar”: Non sul Radar.
Un titolo che è già una dichiarazione d’intenti. Mark Fry sembra volerci dire che, ancora una volta, sceglie di non seguire le rotte tracciate, sceglie di restare ai margini, lontano dal rumore e dalle mappe predefinite dell’industria musicale.
È una posizione esistenziale prima ancora che artistica: quella di chi osserva il mondo da una distanza quieta, trovando nel margine e nella lentezza un luogo fertile per creare. Come si evince dal comunicato stampa, lo stesso Fry afferma: “Quando lavoro, ho bisogno di un senso di solitudine per trovare quello spazio al limite, dove c’è un punto di connessione tra il presente e il passato.
È lì che si nascondono le mie canzoni e i miei dipinti. Alcune canzoni nascono così in fretta che non sono nemmeno presente, non ricordo di essere stato lì. Altre le devo sbozzare. Spesso scrivo musica a tarda notte o al mattino presto, se sono fortunato, riesco a cogliermi di sorpresa.
Ho sempre desiderato realizzare un album come questo, registrando dal vivo con tutti che suonano insieme nella stessa stanza. È un’esperienza creativa spontanea, e la sua intensità è molto diversa da quella che si ottiene quando si registrano le tracce separatamente.”

L’album è stato infatti registrato – per la maggior parte – dal vivo, in campagna, nel suo studio di pittura in Normandia e riflette la sua continua ricerca di suoni autentici e suggestivi. Durante la fase di registrazione tutti i musicisti coinvolti hanno condiviso anche il tempo libero inserendo nelle registrazioni pure suoni e rumori di vita quotidiana.

In questo spazio magico e lontano dal mondo, con Fry troviamo: alle chitarre Iain Ross (Barry Adamson, Laika), al contrabbasso John Parker (Nizlopi), al piano, tastiere e voce c’è la compositrice Angèle David-Guillou (Piano Magic, Klima), il percussionista David Sheppard (Ellis Island, Sound), che ha lavorato anche alla produzione, assistito dell’ingegnere del suono Ian Button (Death in Vegas, Wreckless Eric) che ha registrato l’album.

In gran parte le sonorità abbracciano spazi intimi e meditativi pur aprendo varchi a ventate più propulsive.
La venatura folk di base ingloba anche sporadici lampi di psichedelia, specialmente con incursioni dell’harmonim indiano e dello shahi baaja; non mancano atmosferiche ballate, momenti acustici e pastorali fino a raggiungere apici più granulosi ed elettronici.
Nel complesso l’album risulta essere armonioso ed i testi esplorano la quotidianità: la vita, l’amore, il passare del tempo, la natura e c’è pure un omaggio ad una ballata tradizionale.

L’artwork si presenta con l’immagine di uno dei suoi lavori: Triple Counterpoint (I).
Il titolo è un richiamo molto evocativo al mondo della musica e l’immagine mi fa pensare ad un tacciato di una rotta che si perde.

Only Love apre l’album con calore e semplicità: un brano acustico, essenziale, che lascia spazio alla voce e al testo. L’amore viene descritto come forza invisibile e assoluta, capace di superare ogni limite.
Segue Big Red Sun, una ballata al pianoforte dal tono malinconico ma lieve. Il tempo viene ritratto con ironia, come un compagno invadente, mentre il pensiero corre a un’Africa immaginata, luminosa e lontana, dove rifugiarsi sotto un grande sole rosso.
L’ironica Stormy Sunday si apre con una voce radiofonica che introduce le previsioni del tempo, creando subito un’atmosfera familiare. Il brano è vivace, con una base ritmica leggera e piccoli inserti elettronici che aggiungono un tocco giocoso.
Il cielo evocato nel testo si fa sempre più scuro, ma la musica mantiene un tono brillante e disinvolto

Un momento molto romantico del disco è Where the Water Meets the Land, ballata notturna e avvolgente, costruita intorno a una chitarra calda che accompagna la voce pacata e luminosa di Fry. Il brano ha un’atmosfera intima e sospesa, quasi un abbraccio sonoro.
La voce delicata di Angèle David-Guillou aggiunge profondità a una riflessione dolceamara sul tempo che scorre. Where the Water Meets the Land è anche il titolo del documentario – in fase di preparazione – su Mark Fry, realizzato da Heron Island Productions.

Nel teaser si percepisce chiaramente lo sguardo intimo sulla sua vita. Nelle immagini si intrecciano scorci della sua casa-studio in Normandia con frammenti di quotidianità, un’esplorazione del suo processo creativo e il legame profondo con la natura circostante.

Cambio di scenario sonoro con la title track: è costruita su tappeti elettronici e una base ritmica giocosa che la rende leggera e scorrevole. Il testo ribadisce un desiderio di libertà e invisibilità, con toni ironici e sognanti, mentre Fry si immagina già lontano, oltre ogni tracciamento, diretto verso le stelle.

Daybreak rappresenta l’apice romantico e malinconico di “Not on the Radar”. È un brano lunare, che fluttua tra nostalgia e desiderio, costruito su un impianto sonoro essenziale ma estremamente evocativo.
L’inizio è intimo: la voce pacata e avvolgente di Mark Fry si appoggia su una calda linea di contrabbasso, costante per tutta la durata del pezzo. Poi, lentamente, si aggiungono elementi che ampliano lo spettro emotivo del brano: tocchi discreti di piano, harmonium e hi-hat creano una delicata atmosfera sognante.
Nel video si sovrappongono immagini notturne, la luna, elementi della natura, lo stesso Fry, particolari dei suoi dipinti e poi l’alba evocata nel testo e l’autore stesso che cammina su una spiaggia deserta in riva al mare.

Proseguiamo poi su sonorità delicate e minimali con Where Would I Be: ballata acustica, intima e malinconica. È costruita su pochi accordi, una melodia essenziale, un coro struggente che chiude il brano. Il testo esprime smarrimento e dipendenza emotiva.

La seguente Jamais À L’Heure è molto raffinata e sospesa fra due lingue: alterna una ballata tradizionale francese (Aux Marches Du Palais) cantata da Angèle David-Guillou a delle strofe in inglese cantate da Fry.

Altro spazio di pace è “Rainbow Days”, un brano bucolico e contemplativo, costruito su una strumentazione minimale e una narrazione spoken word. Il cinguettio degli uccelli e il suono della pioggia creano un’atmosfera naturale e sospesa, quasi da sogno.

Il commiato ce lo dà If I Could brano dall’impronta folk e atmosferica, riflessivo e malinconico. Nel testo si immagina un ritorno al passato, riconoscendo anche il valore di tempeste vissute. Una chiusura delicata e poetica, che invita ad accogliere luci e ombre della vita, senza rimpianti.

Not on the Radar” si chiude con grazia e coerenza, a conferma del percorso di un artista che ha sempre scelto di restare fedele alla propria identità musicale. La voce di Mark Fry, rimasta sorprendentemente intatta nel tempo, colpisce per freschezza e naturalezza. Il timbro sobrio e pacato dà forza a interpretazioni misurate, capaci di trasmettere una maturità espressiva autentica.

Not on the Radar” rivela la capacità di Mark Fry di creare atmosfere suggestive senza inutili orpelli. Un ascolto schietto e genuino, perfetto per chi cerca emozioni autentiche “fuori dal radar” commerciale. Un disco discreto, ma curato nei dettagli, che conferma la solidità di una visione personale mai condizionata dalle mode. La sua musica è un invito alla lentezza, alla contemplazione, al sogno; una voce fuori dal tempo, ma profondamente necessaria oggi.

Tracklist:

01. Only Love
02. Big Red Sun
03. Stormy Sunday
04. Where the Water Meets the Land
05. Not on the Radar
06. Daybreak
07. Where Would I Be
08. Jamais À L’Heure
09. Rainbow Days
10. If I Could

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