Korobu, la chiave di volta del rock sperimentale italiano

I Korobu sono una band formatasi a Bologna nel 2019. Inizialmente come trio, Gianlorenzo De Sanctis, Christian Battiferro, Alessandro Rinaldi e il nuovo membro Pablo Quirici si muovono in una direzione musicale personale che fa tesoro delle lezioni psichedeliche ed elettroniche del passato, per creare qualcosa di nuovo e inaspettato.
Dopo il debutto “Fading | Building” del 2022, eccoli tornare oggi con il nuovissimo “K for Key”, e The Beat era curiosa di porre loro qualche domanda.

Bentornati ragazzi!
Circa due anni fa ho avuto il piacere di scoprire e recensire il vostro primo lavoro.
Si trattava di un disco nel quale ho potuto apprezzare una bella amalgama creata dall’unione di esperienze a noi temporalmente più vicine, ma anche lontane come Can e Talking Heads.
Quali sono le differenze con il vostro debutto?  Cosa è cambiato in questi ultimi due anni?

Ciao Andrea, grazie per le belle parole su “Fading / Building”.
Principalmente volevamo fare un salto verso qualcosa di diverso. Ci piace percorrere strade nuove e ci stufiamo abbastanza presto di quelle già percorse.
Probabilmente quello che ci stimola è scoprire nuovi modi che per noi diciamo che fanno parte di frutti acerbi che poi cerchiamo di far maturare durante l’approccio alla composizione. Il deus ex machina di “K for Key” è l’aver voluto iniziare ad avere l’idea dei brani direttamente in fase di improvvisazione in studio.

Come nasce una vostra canzone? Si tratta di un’idea singola che verrà poi sviluppata in gruppo, oppure avete più un approccio da “sala prove” e quindi di improvvisazione di gruppo?

Ecco appunto. L’improvvisazione ha portato a diverse bozze di brani che poi abbiamo sviluppato in fase di arrangiamento. Poi non è stata una regola dogmatica e qualche eccezione c’è stata.

Trovo che le copertine degli album abbiano una grande importanza nonostante ci troviamo in un’epoca nella quale la fruizione di “musica liquida” va per la maggiore.
Credo che “K for Key” sia un bel gioco di parole e vuole veicolare un messaggio.
Ci potete dire come si è sviluppato il concept?

Volevamo mettere al centro del disco il gruppo nel senso più stretto possibile. Per noi rappresenta una bella fetta della nostra vita e in questi anni di militanza ci ha unito moltissimo.
È soprattutto è la chiave che apre porte verso mondi da esplorare.
Poi il gioco di parole che imita il famoso “F for Fake” di Wells ci ha aiutato e divertito nell’intento.

La vostra musica è caratterizzata da una voce calda e ritmi meccanici, pulsanti, ripetitivi e a volte freddi. Vi ritrovate in questa descrizione?
Aggiungo un aspetto particolare. La prima volta che vi ho ascoltati ho trovato delle similitudini con un gruppo scozzese ormai sciolto che si chiamava Beta Band.
La differenza sostanziale è che loro lavoravano campionando elementi altrui mentre nel vostro caso la proposta è totalmente originale.
A prescindere, nel risultato finale, trovate anche voi qualche similitudine?

Wow i Beta Band! Ci ricordano molto i primi 2000. È un bell’accostamento.
Ci piace notare che ci associano a moltissime band che ci piacciono o che fanno parte del nostro passato da ascoltatori estasiati. Il disco nuovo ha molti padri e molte madri.
Ci piace sondare le diverse derive dell’animo anche se possano sembrare antagoniste perché è quello che per noi è reale.
Siamo fatti (almeno noi) in un modo in cui le emozioni quali esse siano ci modificano come un liquido messo in diversi contenitori.
Ci modelliamo e modifichiamo in quanto non vogliamo scelte artistiche che ci congelino in sovrastrutture artistiche il nostro piacere di perderci.

Il vostro debutto era molto alieno. Aveva una voce di accompagnamento ma la base strumentale sembrava a tratti provenire da un altro pianeta.
Con “K for Key” l’astronave è rientrata sulla Terra e racconta ciò che ha visto con un linguaggio più umano. Può reggere come descrizione? 

Assolutamente.

Riagganciandomi alla domanda precedente, se “K for Key” fosse una colonna sonora, che tipo di film supporterebbe?

Bella domanda. Difficile nominarne uno. Ci piacerebbe qualche film asiatico d’autore.

In conclusione, vi chiedo quando potremo vedervi dal vivo in giro per l’Italia e se la vostra proposta in chiave live sarà aperta all’improvvisazione.
I ritmi serrati, sincopati e il basso pulsante fanno proprio pensare ad una sperimentazione continua. 

Abbiamo un po’ di date in programma.

13/6 Prato Ex Fabrica

14/6 Torino Radio Blackout Festival

4/7 Sora (FR) Sonora Music Festival

5/7 Vitulazio (CE) Mr Rollys

6/7 Itri (LT) Aa. La Ca. Ga

26/7 Ome (VS) Diluvio Festival

Sì alcuni sono stati riadattati per il live. E soprattutto c’è un pezzo del disco vecchio (“Dropped Pleasure”) che rappresenta una continua improvvisazione dal vivo.
Ogni volta che lo suoniamo ha un finale che lasciamo all’improvvisazione più spinta che riusciamo.