Happy Birthday: 14 Marzo 1995 “Above” Mad Season – Columbia Records

Above - Mad Season

Mad Season – ‘Above’; trent’anni di una stagione pazza e immortale

Ci sono trame sonore che ancora oggi ci parlano di solitudine, di perdita e di speranza. Trent’anni fa, un album che sembrava destinato a essere solo una parentesi nella storia del grunge, ha invece scritto una pagina indelebile della musica: ‘Above’, l’atto unico dei Mad Season, ha trasformato il malessere e la musica di un gruppo di musicisti in un testamento artistico e umano.
Negli anni ’90, Seattle era l’epicentro della rivoluzione grunge, con band come Nirvana, Pearl Jam, Soundgarden e Alice in Chains, che ridefinirono il rock alternativo dandogli una nuova impronta. In questo contesto di sperimentazione, nel 1995 nacquero i Mad Season, un progetto parallelo che coinvolgeva alcuni dei talenti più iconici della scena di Seattle: Layne Staley degli Alice in Chains (voce, chitarra), Mike McCready dei Pearl Jam (chitarra) e Barrett Martin degli Screaming Trees (batteria, percussioni, contrabbasso, violoncello, marimba, vibrafono) ai quali si unì anche il bluesman John Baker Saunders dei The Walkabouts (basso).
Pregiato ospite d’eccezione è Mark Lanegan – intimo amico di Layne Staley – alla voce in due brani: ‘I’m Above’ e ‘Long Gone Day’, e in quest’ultimo pezzo partecipa pure Nalgas Sin Carne (Skerik) al sax.
Il nucleo della band si formò in una clinica di disintossicazione in Minnesota, dove si incontrarono Mike McCready e John Baker Saunders. Al loro ritorno, reclutarono gli altri membri e coinvolsero Layne Staley nel progetto, con la speranza di aiutarlo a tenersi lontano dagli abusi e dalle dipendenze.
Pure il nome della band prende ispirazione da questo contesto; mad season è il termine utilizzato per indicare il periodo dell’anno in cui i funghi allucinogeni raggiungono la loro massima fioritura e diffusione. Il chitarrista Mike McCready lo adottò per descrivere quella che considerava una stagione di abuso di alcol e droghe.


La scelta del nome rispecchia il vissuto dei membri della band, alcuni dei quali stavano cercando di lasciarsi alle spalle le proprie dipendenze attraverso la musica.
‘Above’ – sopra, al di sopra, oltre – titolo emblematico che riflette il tema centrale dell’album stesso, riguarda la lotta interiore e la ricerca di un senso di spiritualità e di elevazione sopra le difficoltà della vita.
Il titolo, quindi, è una sorta di riferimento alla possibilità di trascendere le proprie sofferenze, o “salire sopra” ciò che può sembrare negativo, come la lotta contro la dipendenza e la depressione, temi molto presenti nell’album.
Il titolo ‘Above’ rappresenta anche il tentativo di elevarsi al di sopra dei propri demoni, come un invito a trovare una visione più ampia della vita e a superare i momenti difficili. La profondità dei testi e le atmosfere malinconiche dell’album rispecchiano questa idea di elevazione o di trascendenza, come se fosse un percorso verso una sorta di salvezza o liberazione personale.
Inoltre, durante la scrittura dei testi, Layne Staley stava leggendo ‘Il Profeta’ di Khalil Gibran, che influenzò l’atmosfera generale dell’album ed in particolare il testo di ‘River of Deceit’, terzo brano in scaletta.
Quanto alla veste grafica, la copertina di ‘Above’ rientra tra quelle iconiche, destinate a rimanere nella storia della musica, per la sua forza visiva.
L’artwork, rigorosamente in bianco e nero, raffigura i mezzibusti di una donna e un uomo di profilo, sul punto di baciarsi.
L’illustrazione è opera di Layne Staley, per il quale la pittura – come nel caso di Syd Barrett – rappresentava una seconda anima creativa. L’immagine si ispira a una fotografia scattata dalla fotografa Krista Kay, che ritrae Layne Staley insieme alla sua compagna e grande amore della vita, Demri Lara Parrott, che morì l’anno successivo alla pubblicazione di ‘Above’ a causa di un’endocardite provocata dall’abuso di eroina.

L’album, uscito il 14 marzo 1995 per Columbia Records, è stato registrato nel 1994 in una settimana al Bad Animals Studio di Seattle e prodotto da Brett Eliason insieme alla band. Nella lettera che Layne Staley scrisse al dipartimento artistico della Sony Records, che curava la distribuzione, si legge: “Caro dipartimento artistico ecco la copertina del disco. Non c’è assolutamente alcuna imperfezione da correggere. Per favore, riproducete questo materiale esattamente così com’è, adattandone le dimensioni per i CD, le musicassette e i vinili. (…) Le liriche non necessitano di revisioni. Se non dovessero sembrare corrette, per favore, considerate l’assenza di un diploma e la presenza di un disturbo da deficit dell’attenzione e di una lieve dislessia. Sembra che i nostri fan, affetti dalle stesse patologie, riescano a leggerli bene. Nessun cambiamento, per piacere!”.
In queste parole, capaci di strappare un sorriso, emerge il lato giocoso e ironico del malinconico Layne.

Ora, entriamo dentro i solchi del disco. ‘Above’: circa 56 minuti, 10 brani: un viaggio viscerale, malinconico, ipnotico in atmosfere sonore che spaziano e si aprono alla contaminazione di generi. ‘Above’ pur essendo uno dei figli del periodo grunge si discosta dal classico sound abrasivo di Seattle, nella sua matrice rocciosa troviamo atmosfere blues, tocchi psichedelici e perfino venature jazzate.
I testi si sorreggono in bilico fra desiderio di “redenzione”, fragile equilibrio e spirito distruttivo; Layne con la sua voce potente, increspata dal dolore, ci canta il suo tormento che è anche quello di una generazione. Le canzoni affrontano temi profondi e complessi come la dipendenza e il recupero, l’amore e le relazioni, la mortalità e la spiritualità.
Si esplorano argomenti come la lotta contro la dipendenza, la morte, la solitudine e il percorso di rinascita, tutti elementi fortemente presenti nella vita dei membri della band. In particolare, Layne Staley ha vissuto in prima persona il dramma della dipendenza da eroina, che ha influenzato profondamente la sua esistenza e la sua musica.
Layne Staley ci lascerà nel 2002, nel 1999 lo aveva preceduto John Baker Saunders; Above rimase un’opera isolata, lasciando questo album come una delle sue ultime, toccanti testimonianze.

Wake Up, la traccia di apertura, è un oscuro e ipnotico blues; uno dei momenti più intensi di Above, non solo per il testo, ma anche per la tensione musicale che si costruisce con una lentezza quasi ipnotica.
La traccia si apre con una linea di basso sospesa e solenne, a cui poi si uniscono vibrafono, sezione ritmica e chitarra soffusa, preparando il terreno per la voce di Layne Staley — struggente, profetica, carica di malinconia – che entra dopo più di un minuto dall’inizio.
Il pezzo cresce lentamente, accumulando un peso emotivo che esplode nel ritornello, dove la batteria di Barrett Martin e il basso di John Baker Saunders aggiungono bagliori di pathos, Mike McCready tesse un assolo sofferto, lontano dagli eccessi del grunge più ruvido e più vicino a un blues oscuro e psichedelico.
Il testo riflette temi di introspezione e lotta personale. “Wake up, young man, it’s time to wake up”, il ritornello suona come un ammonimento disperato, una chiamata al risveglio da una deriva autodistruttiva. Sembra rivolto a sé stesso, a un amico, o a chiunque stia percorrendo una strada senza uscita. Sapendo quello che sarebbe accaduto a Staley pochi anni dopo, la canzone assume un’aura ancora più tragica e inevitabile.
Nel contesto dell’album, Wake Up è un preludio funereo, un avvertimento che risuona lungo tutto il disco; è uno dei brani più struggenti di ‘Above’.
X-Ray Mind cambia lo scenario, è un momento di pura esplorazione sonora: un brano energico con un groove incisivo, caratterizzato da una sezione ritmica potente e chitarre distorte. Il testo esplora la confusione mentale e la ricerca di chiarezza.

Le sonorità si fanno ora più morbide con River of Deceit, probabilmente la canzone più conosciuta dell’album, è una ballata sospesa tra speranza e rassegnazione, ispirata dagli scritti di Kahlil Gibran e dalle lotte interiori di Layne Staley; affronta temi di autodeterminazione e consapevolezza.
Con I’m Above giungiamo al momento dell’ospite d’eccezione, il duetto tra Layne Staley e Mark Lanegan. La voce di Mark Lanegan mantiene toni bassi, culla e fa da bilancia sonora alla voce di Layne Staley che prende spessore in altezza: è tagliente e carica di risentimento, mentre la chitarra di Mike McCready alterna momenti melodici e riff graffianti. Il testo (ispirato a Demri Lara Parrot) affronta il tema del tradimento e della ‘superiorità’ morale di chi è stato ferito emotivamente. Staley canta con un senso di sfida, come per prendere le distanze da una persona tossica, ma al tempo stesso lascia trasparire il dolore di un legame ormai spezzato, ma ancora vivo.
È una delle tracce più grunge di ‘Above’, con un’influenza diretta del sound di Seattle, ma conserva anche quelle sfumature blues e cenni di psichedelia.
Continuiamo a girare, come la puntina che scorre nei solchi, con Artificial Red: blues cupo e roccioso che mette in risalto la versatilità musicale della band. Il testo affronta temi di falsità e inganno.
Con i prossimi due brani, Lifeless Dead e I Don’t Know Anything continuiamo vorticosamente a discendere nella spirale senza luce.
Nel primo, sonorità energiche con riff potenti e una struttura ritmica incalzante fanno da tumultuosa base ad un testo che parla di relazioni distruttive e della sensazione di vuoto che ne deriva; il secondo è caratterizzato da un riff ripetitivo e ipnotico che crea un’atmosfera intensa evocando incertezza e dubbi esistenziali.

Siamo arrivati a quello che considero il momento più prezioso dell’album: Long Gone Day. Insieme a Wake Up, rappresenta uno degli apici emotivi del disco; a rendere il tutto ancora più magico, torna la voce profonda e inconfondibile di Mark Lanegan (che purtroppo ha lasciato questa terra nel 2022).
È un brano sperimentale, difficilmente collocabile in un genere: è lontano dal grunge, dalla psichedelia, dal rock; è una sorta di blues jazzato con venature caraibiche. Le percussioni e gli assoli di sax creano atmosfere inusuali, vellutate e ipnotiche.
L’incipit è affidato alla voce di Mark Lanegan che resta in primo piano per quasi tutto il brano, a tratti – in qualche strofa e nei cori – si unisce quella di Layne portando il brano ad altezze viscerali.
Mark Lanegan e Layne Staley possiedono due voci opposte e complementari: la prima scende in profondità inaudite, la seconda si spinge verso altezze assolute. Insieme danno vita a un contrasto perfetto, creando straordinari chiaroscuri sonori. Il brano fu coscritto da entrambi alternandosi nell’aggiungere una riga alla volta su un foglio di carta, un altro sigillo di una fratellanza d’anima.

A pochi passi dalla fine, November Hotel, unico brano strumentale dell’album, mette ancor più in risalto l’abilità tecnica dei musicisti, con sezioni improvvisate, cambi di tempo e tessuti sonori che creano un’odissea musicale avvincente e lisergica.
In chiusura, l’energia si dissolve e All Alone ci trasporta in un mondo etereo. È una composizione lenta, liquida e meditativa, scandita da un’unica frase: “We’re all alone”, effettata e ripetuta in loop, che amplifica il senso di solitudine e introspezione.

Non tutti gli album sono fatti per rimanere nella storia della musica e nel cuore del pubblico. Ma ‘Above’, con la sua malinconia struggente, il pathos viscerale, con le sue trame sonore crepuscolari, con i suoi chiaroscuri potenti non si è perso nelle crepe del tempo che scorre.
L’eredità di ‘Above’ è così potente che negli anni ha meritato più di una celebrazione. La Deluxe Edition del 2013 e la nuova ristampa per il trentennale, dimostrano come questo disco continui a vivere e a risuonare nelle generazioni successive.
Trent’anni fa, i Mad Season ci regalarono qualcosa di più di un disco: una testimonianza di dolore, bellezza e speranza, il grido artistico di una generazione di musicisti che ancora oggi rifulge vivo e potente. Molti pensarono che fosse solo un’altra nota marginale nella storia del grunge, una meteora di abbagliante bellezza, ma il tempo ha dimostrato che quell’album rappresentava molto di più: una stagione folle e immortale, che ancora oggi, brano dopo brano ammalia, emoziona e suscita viaggi interiori.
È un disco che non appartiene solo agli anni ’90, ma a tutti quelli che hanno cercato risposte nella musica, trovando in essa un riflesso delle proprie ombre e della propria luce. Un disco che rimane e resterà: “Who ever said/ We wash away with the rain?”.

Tracklist
01. Wake Up
02. X-Ray Mind
03. River Of Deceit
04. I’m Above
05. Artificial Red
06. Lifeless Dead
07. I Don’t Know Anything
08. Long Gone Day
09. November Hotel
10. All Alone

Columbia Records