“Ospiti” – Nularse

Dopo due album in cui definisce il suo stile, calca i palchi di tutta Italia e collabora con una varietà ricca di artisti (tra cui Giorgio Poi, Fulminacci, Ainé, per citarne alcuni), Nularse torna con il suo nuovo lavoro, intitolato “Ospiti”.
Un LP cinematografico, una trama minimalista: i protagonisti dei brani personaggi tormentati dall’incomunicabilità tra gli esseri umani come in un film di Antonioni. Tante sfumature concettuali accostabili ai capolavori cinematografici del regista, ma anche tante differenze.

Questo LP trova il suo inizio con la traccia Lacune, in cui viene introdotto quello che, a mio parere, è il filo conduttore tra le canzoni: un’accettazione della vita e dell’incostanza degli altri. In apparenza, un filo non lineare, fatto di alti e bassi che non possono essere ricondotti a una trama classica: arrivano all’improvviso e poi se ne vanno (in apparenza), per ritornare, magari rimanere un po’, e poi andare via di nuovo.

Ma questa apparente mancanza di linearità, penso, sia l’unico modo per rappresentare un insieme di pensieri tanto complessi. Un costante cambiamento, un lavoro continuo su noi stessi:
“È una questione di postura / che tradisce il mio temperamento / un gigantesco monumento / oscura il paesaggio che non si vede mai.”
Perché il problema può anche essere sociale, con le persone che sono diventate liquide. Eppure, sul momento, dovremmo anche riuscire a star bene… no?

In questa canzone c’è già tanto: il dolore per la caducità dei rapporti umani, la sfiducia verso il prossimo, il “paesaggio che non si vede mai” che, nella mia mente, non può non richiamare le case asettiche e gli spazi vuoti – sempre antonioniani – la claustrofobia di questi rapporti a due, a tre, che, indipendentemente dal numero, diventano tutt’uno con ciò che non è umano.

Si continua con la traccia Deserto, altro richiamo – secondo la mia interpretazione – al regista ferrarese. A sostegno di questa lettura, la frase: “Corpo / ti ascolterò / conosci il mio / bisogno / credo / ti accoglierò”. Tutto, in questo verso, mi fa pensare a Il deserto rosso, in cui una tormentata Monica Vitti tradisce il marito: tempo perso scacciato da altro tempo perso. Alienazione come deserto, deserto come miscuglio tra la propria pelle e l’ambiente, senza possibilità di mescolarsi all’altro. Con impedimenti che ci portano a non vedere, non sentire, non capire le nostre “Nebbie”.

A questo punto, una considerazione che sintetizza l’essenza del disco.
Tutto questo dolore, questo contrasto, emergono anche nella parte strumentale in modo molto rappresentativo: una base cantautoriale delicata, intrecciata a musicalità evocative, attraversata da uno slancio vitale che, anche nei testi, non manca mai.
Trovo questo connubio essenziale, in quanto crea sonorità all’apparenza calme, che rispecchiano il contrasto umano presente in ogni riga di questi testi: la calma apparente di chi brucia per sopravvivere, un’energia doppia rispetto al bruciare senza impedimenti.

Proprio in questa canzone, Nebbie, vediamo come anche la vita pensata, nei suoi tentennamenti, brucia di spirito. Anche “il valore delle tue buone illusioni” emerge: il non vedere attraverso “le nebbie feroci” può diventare un’essenza di tranquillità, se ci si abbraccia a vicenda senza pensare che ci sia qualcosa da perdere.

“Il meglio non è mai alla fine” troviamo in un verso di Croce sul Petto e infatti lo stiamo vivendo in questo punto dell’LP, la dimensione del ricordo, immaginifica, puerile.

Ciò che viviamo affonda sempre radici nel passato, che sia in una madre che “ogni notte rimpicciolisce”, nella disillusione che permea ogni rapporto che nasce dopo una vita in cui si è morti troppe volte.

In questo punto si trova però la risoluzione, nella traccia che dà il titolo all’LP, Ospiti. Se viviamo in un mondo alienato, la soluzione non sta nella pretesa di avere tutto da ciò che vogliamo ingabbiare nella definizione di “rapporto”, ma nel diventare un museo di tutto ciò che abbiamo solo sfiorato.

Persone che abbiamo vissuto solo un attimo, un minuto, un’ora; degli occhi visti solo una volta e mai più. L’alienazione non si distrugge con una gabbia esclusiva a due, a tre o a mille, ma con una ridefinizione di ciò che consideriamo connessione: vera visione quando è libera, nel caos apparente.
Alla fine c’è solo “la voglia di parlare, anche solo un po’”, perché “siamo camere affollate di ospiti inattesi”. Sono proprio questi ospiti inattesi a non darci ciò che crediamo di volere, ma ciò di cui abbiamo bisogno per sentirci parte vera del mondo.
Un tocco, il sorriso di un uomo senza volto, un fantasma che aleggia nel vento, una barriera infranta nell’indifferenza generale.

“Portami via da questa noia” sentiamo in Forse domani, ma anche “Io non mi conosco” nell’omonima canzone, e “Io che non voglio più combattere” in L’ombra.

Frasi in apparenza negative, ma che, nell’ottica complessiva dei loro testi, trovano una chiusura dolceamara e, a mio parere, unica possibile per questo lavoro. Tutte e tre le canzoni, infatti, sono permeate non tanto da una resa quanto da una comprensione dei limiti dell’altro, un lasciar correre, perché ci si è resi conto – sempre fino a un certo punto – che l’altro ci capisce nella misura in cui capisce se stesso e in cui noi abbiamo voglia di farci capire.

In questo caso, non voler più combattere non significa allontanarsi, ma semplicemente non voler sforzarsi di capire qualcosa che va solo vissuto.

Ho apprezzato questo LP in ogni suo singolo aspetto e ne consiglio fortemente l’ascolto: attento, totalizzante e nel più totale silenzio.

Tracklist:
01. Lacune
02. Deserto
03. Nebbie
04. Croce sul petto
05. Ospiti
06. Forse domani
07. Io non mi conosco
08. L’Ombra

Costello’s Records Labellascheggia