“The Tomorrow Man” – Micah P. Hinson

Non posso fare a meno di ricordare le sensazioni che ho provato nel primo momento in cui ho visto Micah P. Hinson in concerto qualche anno fa:  un uomo esile e sfuggente, nascosto dietro un microfono da crooner e il saliscendi di una nebbia di fumo di sigarette bruciate una dietro l’altra.
Solo sul palco con la sua chitarra dentro l’anfiteatro romano di Fiesole, dentro un cono di luce, in uno dei momenti bui dei nostri ultimi anni.
Sembrava che parlasse di sé a me sola; sembrava che parlasse anche di me, a dire il vero, con l’esperanto della musica.
Ero lì perché la sua voce viscerale, magnetica, struggente e intensa aveva raggiunto dritto il mio cuore già diversi anni prima. Una voce in bilico tra ruggine e miele; da crooner senza averne l’aria.
La voce vera di chi non ha timore di mostrare le proprie ferite e fragilità.
Non sapevo allora che Micah avesse attraversato all’inizio del 2020 una fase cupa della sua vita e una profonda crisi creativa durante la quale pensò persino di abbandonare la musica.

Tra gli artisti più interessanti dell’alt-folk americano, da tempo già noto e amato dal pubblico italiano, Micah Paul Hinson -classe ’81- è nato a Memphis, in Tennesee, “nello stesso ospedale dove morì Elvis Presley” e a neanche un paio di ore di macchina da Tupelo, luogo natale del Re del Rock.

Cresciuto nel gigantesco stato del Texas, ad Abilene, in una famiglia estremamente devota e conservatrice di origini native americane Chickasaw, proveniente dal Mississippi settentrionale, ha iniziato a suonare la chitarra e il piano intorno ai 12 anni, seguendo il destino e la vocazione di tanti di quelli che provengono da quelle parti d’America.
La sua vita rocambolesca da maudit, segnata profondamente da numerose cadute e risalite, ha trovato nella musica una via di salvezza.

A distanza di vent’anni  dal bellissimo album di esordio (“Micah P. Hinson and The Gospel of Progress”) e a tre anni dall’uscita del suo ultimo disco “I lie to you”, Micah P. Hinson è ritornato sulla scena con il suo undicesimo album dal titolo evocativo “The Tomorrow Man” uscito il 31 ottobre per la label milanese Ponderosa Music Records.
Il nuovo disco, scritto in due anni tra il Texas e la Spagna (dove attualmente vive) e registrato in Italia, è il racconto di un uomo che sta facendo i conti con il proprio passato e i propri limiti, nato in un periodo che Micah definisce  “di grande confusione, ma anche di risveglio (…) è proprio il simbolo di quel momento: la fine di una fase e l’inizio di un’altra.”

I dodici brani in scaletta ci portano in una dimensione altra rispetto al folk rock scarno e dolente, imboccando la strada malinconica del crooning accompagnata dall’eleganza e la ricercatezza degli arrangiamenti orchestrali curati dall’ensemble di Benevento diretto da Raffaele Tiseo,  e la produzione di Alessandro “Asso” Stefana.

Il primo singolo Oh Sleepyhead, uscito lo scorso 13 giugno, apre trionfalmente il  disco.
È un brano del tutto irresistibile che  guarda  nell’arrangiamento alla tradizione americana degli anni ’50.
È un valzer trascinante in cui la particolarissima timbrica vocale di Micah si fonde, un invito al risveglio e a liberarsi di tutto ciò che ci incatena al passato.

Nelle parole del cantautore: “Quando ho scritto questa canzone la mia vita stava cambiando drasticamente, giorno dopo giorno. (…) Le cose che una volta sembravano amore erano diventate controllo. (…) Questa canzone rappresenta la libertà di trovare un nuovo giorno, un nuovo modo di vivere,  e il dolore di lasciarsi alle spalle vecchie vite. (…) Il cambiamento ha un prezzo e la libertà ha le sue conseguenze.”
E’ un brano che dedica alle persone che ama, alla sua famiglia e ai suoi figli, ed è un incitamento a non abbandonarsi alla tristezza e alla rabbia: “We don’t need to be so sad/ We don’t need to be so mad”. La luce tenue e rarefatta del risveglio prende il posto all’ombra e al buio di certe stagioni della vita.

Il secondo brano, One day I will get my revenge,  uscito come secondo singolo lo scorso 12 settembre, si inserisce in pieno nella tradizione romantica delle  murder ballads (caro Nick Cave). L’atmosfera qui è più onirica ed evocativa di un mondo lontano, vivo solo nel ricordo.
La voce,  accompagnata dal coro e da una ricca sezione di archi che si muove con movimenti larghi sul beat di un tango, sembra un po’ più refrattaria al concedersi e ammonisce in chiusura che “No love cannot be wasted/If I can burn the whole thing now/ And I wait.”

Con il terzo brano, Think of me, Micah P. Hinson sembra tornare alla classicità delle ballate della tradizione americana. È una canzone d’amore, una ninna nanna che parla della complessità delle emozioni provate;   è stata scritta di getto dopo una giornata di lavoro ed è  nata dall’arpeggio di chitarra. Pochi minuti dopo sono arrivate le parole “essenzialmente esattamente così come sono ora”.
Per Micah questa canzone è il suo più grande successo: “ho detto esattamente quello che avevo bisogno di dire in un modo semplice e toccante, commovente e potente, semplice ed estremo”.

Mothers & Daughters  è il quarto brano proposto. L’ arrangiamento potrebbe vestire una canzone melodica italiana e nel contrasto apparente con la voce sbilenca e dolente di Micah sembra trovare un suo equilibrio.

Take it Slow, il brano successivo, è una ballata in cui il cantautore affronta il tema della solitudine dovuta alle incomprensioni e all’incomunicabilità.

Con The Last Train to Texas si torna alle radici e al lascito del Sud. È una ballata country che evoca la musica tradizionale messicana dei mariachi e allude alle storie dei primi immigrati che iniziarono a conquistare le terre del suo popolo, racchiudendo storie di menzogne, dolore, tradimenti e illusioni.

Hallow  è una solenne marcia serrata al ritmo di bolero, con la tipica oscillazione armonica che caratterizza  certi stili chitarristici flamenchi, in cui sembrano tornare a galla le ferite da una passata relazione:  “Have another dream/You fuck/We won’t hear you drown.”

Con I Don’t Know God,   Micah P. Hinson racconta  la perdita della fede (“Gone are days that I kneel (…) I don’t love god and, sure as shit, he don’t love me”)  e lo fa con compostezza, restituendoci una sorta di preghiera à la Leonard Cohen, accompagnato dalla bellissima voce femminile di Mali Obomsawin .
L’astio nei confronti della comunità religiosa bigotta in cui è cresciuto sembra più lontano e consapevole:  “non sono riuscito a trovare un posto nella gloria di Dio dove appendere il cappello.”

 I Thought I Was The One è una ballata celtica dalla ritmica composta che richiama alla mente la musica dei Pogues e la voce di Shane McGohwan.

I Was Just Standing There (originariamente Where Did You Go) ha un respiro sinfonico ed è un brano delicato e quasi cinematografico. Racconta il momento di presa di coscienza del cambiamento che porta un dolore insormontabile quando non si riconosce più ciò che fino quel momento abbiamo amato.

Il penultimo brano, Walls, è il terzo singolo uscito il 3 ottobre, è un brano struggente sul ritmo di milonga con la quale Micah ci incita ad abbattere le barriere emotive e i muri che costruiamo per sopravvivere quando proviamo tristezza e paura.
È un invito a guardare attraverso le crepe e ad attraversare il dolore rompendo i nostri limiti e andando oltre, verso il sole.

La chiusura dell’album è affidata alla bellissima versione reprise di Oh Sleepyhead;   più “sottratta” e crepuscolare del brano di apertura,  qui è la voce struggente a tornare in primo piano su un valzer arioso, meno trionfale e più intimo: “Se mai volessi riversare la mia anima in una canzone di 3 minuti, sarebbe questa. (…) Mi sembra di aver camminato per tutti gli anni della mia vita per arrivare finalmente qui”.

“The Tomorrow Man” rappresenta il punto di approdo di chi è riuscito a guardarsi allo specchio portando con sé le ceneri e le lacerazioni d’anima del passato e che ora si trova con consapevolezza davanti alle infinite possibilità che può offrire il domani: “La musica è una cosa grandiosa che può mettere a tacere il rumore della vita.”
Le nebbie sembrano essersi diradate nella vita di Micah P. Hinson che ora sembra aver raggiunto una maggiore stabilità.
Prendo in prestito le parole della nota stampa, che condivido pienamente, per dire che: “In un’epoca dominata da immagini filtrate e narrazioni costruite, Hinson rimane un’anomalia preziosa. La sua è una musica che non vende, ma serve. Serve a ricordarci che dire la verità, oggi, è un atto d’amore”.

Tracklist:

01. Oh, Sleepyhead
02. One Day I Will Get My Revenge
03. Think Of Me
04. Mothers & Daughters
05. Take It Slow
06. The Last Train To Texas
07. Hallow
08. I Don’t Know God
09. I Thought I Was The One
10. I Was Just Standing There
11. Walls
12. Oh Sleepyhead (Reprise)

Foto Lina Castellanos

Info & biglietti del tour The Tomorrow Man: https://ponderosa.it/artist/micah-p-hinson/