Sono passati 50 anni dalla pubblicazione di “Rimmel“, quarto album di Francesco De Gregori, contenente l’omonimo brano.
Rimmel è uno dei pezzi più iconici del cantautore: una canzone che ha superato il tempo, ridefinendo il modo di raccontare una relazione finita, con immagini che sfuggono e restano, un amore che svanisce lasciando sul viso il segno sottile della memoria.
Le “parole” che ospitiamo oggi sono quelle di William Domenico Nespoli, che nel 2006, insieme al suo gruppo Macno*, fece propria questa cover insieme al nostro amato Paolo Benvegnù. Lo ringraziamo di cuore per aver affidato alle pagine di The Beat questo racconto così intimo, per averlo lasciato andare verso tutti noi, con tanta gentilezza e la delicatezza di un dono prezioso.
Intro
In questi mesi di malinconica assenza, ho notato che chiunque abbia amato e vissuto Paolo Benvegnù, senta spessissimo il bisogno di parlarne, di scriverne, di condividerne musica, parole, gesti, di ricordarlo il più possibile, come se ognuno volesse contribuire a volerlo tenere tra noi per un sempre tutto nostro. E ho ricevuto, e io stesso ho mandato, una moltitudine di richieste di amicizia, come a volerci tutti stringere in un unico e infinito abbraccio.
Ed è capitato spesso che mi si chiedesse di raccontare qualche ricordo personale di Paolo. Così ho messo insieme qualche parola, di getto, senza pensarci molto, e andando a rovistare tra le onde della memoria, ho cercato di riportare a galla ricordi, sensazioni ed emozioni di un periodo bellissimo della mia vita.
E con moltissimo piacere ho deciso di condividerli col mondo attraverso le pagine di The Beat, che so essere gestito e frequentato da chi davvero ha Paolo Benvegnù nel cuore.
“Illumino di plexiglas le mie sculture jazz”
Siamo nel 1997, è ormai notte fonda, una lieve insonnia dispettosa ha deciso di intervenire sulle mie gambe con un fallo deciso, anche se non cattivo. Mi giro e rigiro nel letto: una, due, tre, cinque, nove, dodici volte, poi mi arrendo: cerco il telecomando nascosto da qualche parte tra le coperte e accendo il televisore, confidando di trovare l’ambito ristoro del sonno nella solita noia della programmazione notturna.
E invece no, trovo tutt’altro: c’è questa ragazza che canta parole pregne di suggestioni magnifiche su una base musicale incredibilmente ammaliante, maestosa, vagamente sexy, cupa e briosa allo stesso tempo, che usa lettere nuove prese da un alfabeto conosciuto, ma soprattutto sa di casa, di certezze.
La prima cosa che immediatamente mi colpisce e stupisce è che lo sta facendo in italiano, mentre la seconda è che ho da subito come la sensazione di non aver mai ascoltato nulla di più seducente. Prendo fiato, mi alzo, cerco carta e matita e scrivo lentamente: “Scisma, Rosemary Plexiglas”.
Quella notte la mia vita di ascoltatore di musica sarebbe cambiata per sempre e, tra sbadigli assenti e bicchieri d’acqua, ancora non lo sapevo.
“Il sentimento delle cose”
Alba del 2004: l’inattesa notizia dell’uscita del primo album solista di Paolo Benvegnù – che degli Scisma fu membro fondatore, autore, cantante e chitarrista – catturò da subito la mia attenzione.
Ne feci mia una copia non appena uscì, certo che qualcosa di buono ci avrei trovato, anche stando ad alcune recensioni che nel frattempo avevo letto, e una domenica mattina, dopo averlo scartato con la delicatezza che si riserva alle cose più preziose, mi preparai all’ascolto, mettendo in scena tutto il teatro necessario tipico di certi cerimoniali: solitudine assoluta, finestre chiuse, telefono spento, poltrona, booklet in mano per lettura dei crediti – e per dare una prima sbirciata ai testi – e tanta, tantissima curiosità.
Sin dalle prime note fui letteralmente rapito da un’intensità travolgente, da un’energia magica, quasi mistica, incantato da tanto splendore, conquistato dalla bellezza di parole e musica che, con destrezza e lucida eleganza, danzavano a piedi nudi tra certo cantautorato colto e intimista e l’infinito.
L’immagine tangibile di acqua e fuoco che passeggiano a braccetto sul lungomare verticale dell’animo umano.
E poi le chitarre acustiche, i pianoforti, gli archi, i cori, i Beatles, la nicotina, la pioggia, la luce, la gioia e il dolore, il tormento, la recherche, “la vita, i pensieri degli altri, la morte” e la chiara volontà di prendere le distanze dal suo passato musicale che, in quanto passato, era appunto un altro posto, un altro tempo e forse anche un’altra vita.
In queste canzoni regna(va) una nuova consapevolezza, una voglia matta di correre sull’erba umida da solo, come “un uomo solo al comando”, per riprendere una nota immagine del ciclismo.
Quel miracolo di disco lo consumai, nel vero senso della parola, tutt’ora ne posseggo due o tre (forse quattro?) copie in cd. Lo ascoltavo a casa, in auto, al lavoro, una dipendenza quasi fisica. In quegli stessi giorni ricevetti un sms dalla mia da poco ex fidanzata, che recitava più o meno così: “Dimmi almeno cosa posso ascoltare di nuovo”.
La mia risposta fu secca e immediata: “Paolo Benvegnù – Piccoli fragilissimi film”.

“Sentire il cuore che ti esplode dentro il petto”
Dalla febbre dell’ascolto alla voglia di sentire il disco dal vivo il passo fu brevissimo, così cominciai a tenere d’occhio i siti preposti dell’epoca per capire quando sarebbe capitato tra Milano e la mia vita, o comunque in Lombardia.
A memoria, non dovetti aspettare poi molto. Il mio suo primo concerto – di credo altri venti o venticinque che sarebbero poi arrivati negli anni a venire – fu, manco a dirlo, meraviglioso.
Suonò (suonarono) quasi tutti i pezzi del disco e, con mia grande gioia, anche qualcuno degli Scisma.
Chiusura del concerto affidata a In dissolvenza, questo lo ricordo molto bene perché è sempre stata una delle mie canzoni del cuore. Concerto intenso, sentito, elettrico, emozionante, la voce padrona assoluta delle canzoni e momenti di autentica commozione toccati con Simmetrie e Il mare verticale.
Mia abitudine di quegli anni magnifici e spensierati era concedermi un’ultima birra prima di risalire in macchina e mettere la notte nel mirino per il rientro verso casa; da rodato navigatore, ci tengo a specificare, al volante c’era la mia da poco non più ex fidanzata. Stavo proprio conversando con lei quando notammo che Paolo e i suoi musicisti erano usciti dal backstage e stavano scambiando due parole con alcune persone rimaste lì proprio per quelle due parole.
Ci avvicinammo, con curiosità e circospezione, fino ad arrivare a pochi metri da quest’uomo alto, sorridente, forse stanco, certamente sudato, eppure bellissimo, con questi capelli lunghi, indecisi se essere biondi o castani, che se stavano ordinatamente spettinati come quelli di Kurt Cobain nel famoso concerto acustico.
Parlava tanto, tantissimo, dando contemporaneamente retta a tutti, muovendo le sue grandi mani come un teatrante di strada d’altri tempi. Notai che ci notò, notò le nostre facce mai viste prima ad suo concerto – avrei imparato in seguito che riusciva sempre ad avere tutto sotto controllo, nonostante lo divertisse spacciarsi per un distratto cronico – quindi facemmo un paio di passi in avanti. Non so in che modo, ma in un attimo ci ritrovammo coinvolti nella discussione.
Quando riuscii a prendere la parola gli feci ovviamente i complimenti per il concerto, per il disco e, con qualche anno di ritardo, per gli Scisma.
Parlammo di cose, di canzoni, sue e degli altri, ma anche della vita e delle sue contraddizioni. Poi, d’improvviso, dalla mia bocca uscì qualcosa che lo colpì molto (no, non me la ricordo, dannazione, ci penso da anni).
Mi guardò e si lanciò verso di me: “Ma io ti devo lasciare il mio numero, quando e se capitate in Toscana dovete venirmi a trovare”. E così fu, quella sera tornammo verso casa con un numero di telefono in più nella rubrica del mio vecchio Nokia a pedali.
Non glielo dissi, ma qualche giorno di mare in Toscana, da una nostra amica, lo avevamo già in programma da tempo. E in Toscana andammo, forse un paio di mesi dopo. Così provai a chiamarlo, più volte. Non mi rispose mai.
“Il respiro è un dettaglio che ci rende uguali”
Da solo, in duo, in gruppo, in acustico, in elettrico, vicino, lontano o lontanissimo che fosse, ogni occasione era quella giusta per andare a vedere un suo concerto.
Chilometri macinati per andare a prendersi un po’ di bellezza, di bellezza vera. E saluti. E baci. E abbracci. E tante, tantissime parole. E punti esclamativi. E risate. E scorta di calore umano. Vero. Raro. Terapeutico. E ogni volta era come una festa, perché Paolo, oltre ad essere stato un artista eccelso, era un essere umano meraviglioso, che sapeva mettere il proprio interlocutore sul piedistallo e farlo sentire importante, quando in genere, in situazioni simili, accade esattamente il contrario, con l’artista di turno che gonfia il proprio petto e accende il proprio ego come una sigaretta.
Paolo no. Per lui, il centro del mondo era la persona che aveva davanti. E gli argomenti delle chiacchierate erano molteplici, perché con lui potevi parlare veramente di qualsiasi cosa. Di musica, naturalmente, ma anche di fiori, di cinema, di scarpe, di libri – una volta mi confessò di essere particolarmente gasato dalla lettura de “Il siciliano” di Mario Puzo, che diceva di preferire al ben più celebre “Il Padrino”, sempre dello stesso autore – e di calcio, ovviamente, e anche se diceva di non essere un esperto, riusciva a citare a memoria calciatori del Cesena degli anni settanta e della nazionale jugoslava che partecipò ai campionati mondiali del 1982 con la stessa facilità con cui si apre una finestra. E a proposito di musica, mai, in quei primi incontri, gli dissi che anch’io scrivevo canzoni e avevo un gruppo.
Mai, almeno fino a quando non uscì il nostro primo album. Glielo portai in occasione del suo concerto milanese al MIAMI, un meraviglioso festival organizzato da quelli di Rockit. Ricordo tutto come fosse ieri: glielo diedi, dicendo qualcosa di stupido tipo “Toh, è uscito il mio disco, questa copia è per te”. Lo prese, stupito, guardò la copertina, lesse autore e titolo e mi urlò, con il suo solito e contagioso entusiasmo da stadio: “Cazzo, ma sei tu? Ma ne sto leggendo benissimo!”.
E in effetti le prime recensioni uscite erano abbastanza buone, devo dire. E quindi via di “Ma che bello, ma non ci credo, ma è bellissimo, mi devi raccontare tutto”.
E gli raccontai tutto, con calma, nei successivi incontri, al telefono, telepaticamente.
“Perché tutto splende, ma noi non lo vediamo”
Nel 2006 si presentò ai Macno, il mio gruppo, l’occasione di partecipare ad un omaggio all’amato Francesco De Gregori – organizzato dalla rivista musicale Mucchio Extra – e quando dissi alla redazione che noi avremmo volentieri rifatto Rimmel, scoprii con grande sorpresa due cose: in primis, che la canzone era incredibilmente “libera”, nel senso che nessuno l’aveva ancora scelta, e in secundis, che sarebbe stato un disco di duetti.
Non feci nemmeno in tempo a finire di leggere l’email che la mia mente si mise immediatamente in viaggio, un viaggio verso un pianeta chiamato Paolo Benvegnù.
Ne parlai con gli altri e fummo tutti d’accordo, naturalmente.
Lo chiamai un lunedì mattina, dal lungo balcone di quella che da pochissimi giorni era la mia nuova casa. Preparai una scaletta mentale di cose da dire, anche sapendo che molto probabilmente nemmeno avrebbe risposto e glielo avrei poi dovuto chiedere via sms, mi feci il secondo caffè del giorno, accesi una sigaretta e lo chiamai. Rispose immediatamente, dopo un paio di squilli: “Mimmiz, buongiorno!”.
Mi tremavano le gambe, ero emozionato ma anche molto felice. Gli dissi del progetto del Mucchio, dei duetti, che avevamo scelto Rimmel e che mi sarebbe piaciuto molto cantarla con lui. “Lascio scegliere a te chi dovrà fare Albano e chi Romina”, aggiunsi. Si disse entusiasta e accettò all’istante: “Ma che bello, ma certo che sì! La registriamo qui da me, quando volete!”.

Con “qui da me” intendeva dire nel suo, e credo di Andrea Franchi, studio di Prato, che in quegli anni era un po’ la sua casa, il suo rifugio, la sua base operativa, la sua certezza.
“Grazie mille, Paolo, sono davvero contentissimo. Facciamo così: nei prossimi giorni ci lavoriamo un po’ nel nostro studio e in qualche modo poi ti mando un paio di versioni”.
“No, non ti preoccupare, fatela come volete e quando sarete qua ci lavoreremo insieme”.
“Nella certezza di un istante”
Pochi mesi dopo, in uno dei primi giorni d’estate, caricammo la strumentazione necessaria su due auto – la mia super Mitsubishi (curioso, vero? E no, l’altra non era una Ford) e quella di qualcun altro – e partimmo in direzione Prato.
Nelle settimane precedenti, ci eravamo accordati per un paio di giorni di sessioni di registrazione, ma all’ultimo momento, forse un paio di giorni prima, Paolo mi chiamò per dire che si era ricordato di un impegno personale preso in precedenza per il giorno successivo e che una volta finito sarebbe partito immediatamente, decidemmo così che avremmo iniziato a provare il sabato pomeriggio e saremmo andati avanti ad oltranza, fino alla fine. E così facemmo, infatti.
Arrivammo a destinazione nel primo pomeriggio, grazie alle indicazioni del copilota umano a distanza Paolo Benvegnù, che al telefono, una volta giunti a Prato città, ci deliziava con strofe di “alla rotonda prosegui, poi a sinistra. Ora dovresti avere davanti un semaforo. Prendi la prima a destra. Ecco, ci siete!” eccetera.

Ho ancora davanti agli occhi l’immagine limpida di Paolo, con capello alla Bernard Schuster del 1985 e baffo in stile moschettiere, che vedendoci arrivare, chiude la telefonata e con la mano sinistra s’improvvisa parcheggiatore.
Mi presentai con un regalo: “Jacques Tati Collection”, un cofanetto di dvd con quattro film e diversi corti di quello che era, e tuttora è, uno dei miei registi preferiti in assoluto. Non era un regalo casuale, perché lui in molte cose me lo ricordava, e glielo avevo detto più volte.
(Negli anni a venire lo avrebbe detto più volte anche lui, in diverse interviste, con mio grande piacere, stupore e moto infinito d’affetto).
Scaricammo gli strumenti e ci accomodammo sul divano per due chiacchiere introduttive al lavoro e un primo ascolto della cassetta con la registrazione della nostra Rimmel.
Alla regia, con le sue mani magiche, il maestro Andrea Franchi. La nostra versione era simile a quella poi pubblicata ufficialmente, ma decisamente più lenta e vagamente cantilenante; nelle nostre intenzioni avrebbe pretenziosamente dovuto ricordare un po’ The Hand That Rocks The Cradle degli Smiths. Paolo, da vecchia volpe e brillante produttore quale era, se ne accorse subito, dopo un solo ascolto: “Suona un po’ Smiths”. Sia chiaro, quindi, che la meravigliosa versione che possiamo ascoltare oggi è merito soprattutto del suo genio e delle sue intuizioni.
La ascoltammo un paio di volte ancora, poi ascoltammo l’originale e quindi ci preparammo per suonarla in diretta.
Paolo, intanto, seduto sul divano, armeggiava con la chitarra acustica, alla ricerca degli accordi perfetti. La provammo io e lui da soli, in acustico, poi noi Macno da soli, in elettrico, e cominciammo a registrare.
E così, completamente immersi in un oceano di emozioni sparse, tra microfoni, chitarre, bassi, batterie, pianoforti, tastiere, grovigli di cavi, jack, pedaliere, plettri, tappeti, candele, frammenti di vita, tramonti, birre, acqua, panini, sigarette, Leonard Cohen, siparietti incredibilmente spassosi tra Paolo e Andrea Franchi, il novecento ormai lontano, la barba di Michelangelo, moltissime risate e una stanchezza sempre più palpabile, le lancette degli orologi arrivarono alle 4:00 del mattino.
Dodici ore di lavoro quasi ininterrotto, dodici ore che ricorderò per tutta la vita. Andrea e Paolo registrarono tutto il registrabile, poi, nei giorni successivi, Paolo avrebbe fatto le sue parti di voce e chitarra e insieme si sarebbero dedicati al missaggio e alla post-produzione.
La notte stava per farsi da parte, rimettemmo le nostre cose in auto e ci salutammo. Paolo andò verso l’alba e l’autostrada e noi seguimmo l’auto del maestro Franchi, che ci portò davanti all’albergo che avrebbe ospitato le nostre poche ore di sonno. Ci coricammo, stanchi ma felici, “tra le pagine chiare e le pagine scure”.

Paolo, da parte nostra, aveva carta bianchissima, ma la curiosità di sapere cosa ne sarebbe venuto fuori era parecchia.
Ci sentimmo giusto un paio di volte – a dirla tutta ero io che non stavo più nella pelle e ogni tanto lo chiamavo – anche se ero certo che qualsiasi cosa ci avrebbe mandato sarebbe stata più che eccellente.
A lavoro finito fu lui a chiamarmi, era felice e molto soddisfatto del risultato finale e mi assicurò che appena avrebbe recuperato qualche euro – chi in quel periodo lo ha conosciuto da vicino sa benissimo che non scherzava affatto – mi avrebbe spedito il cd con il master del pezzo, con servizio posta celere più che tracciabile, ovviamente.
In un anonimo mercoledì, poco prima di mettere le gambe sotto il tavolo, il postino mi si materializzò davanti come un angelo caduto dal cielo, mi sembrò il più bello che avessi mai visto e sono anche abbastanza sicuro di ricordare che avesse una sorta di aura celestiale a solennizzare la grandezza del momento.
Presi tra le mani il pacchetto con la stessa gioia di un bambino la mattina del 25 dicembre e salutai il postino frettolosamente, già con la testa altrove. Per un istante feci il pensiero di non aprirlo, di tenerlo chiuso per sempre, di non mandare il pezzo al Mucchio, di scappare su Marte, di congelare il desiderio dell’attesa per sempre e goderne all’infinito, come ci ha insegnato Gotthold Ephraim Lessing, ma fu una cosa di soli tre secondi.
Infatti lo aprii subito, “con una grazia irreale”. Lessi i crediti scritti a penna sul foglietto del cd (dovrebbe esserci una foto qui sotto, da qualche parte) e i battiti cardiaci aumentarono.

Sorrisi. Ero pronto. Il display del lettore cd mostrava due tracce; magari due versioni, pensai, o due mix diversi. E invece no, l’altra traccia era semplicemente la versione strumentale, ad oggi ancora inedita, tra l’altro.
Presi fiato e premetti il tasto play: difficile riportare su un foglio elettronico tutte le sensazioni che provai, ricordo però che dopo il primo ascolto piansi a dirotto, scoppiai in questo pianto liberatorio e le lacrime sapevano di orgoglio, commozione e felicità, di cielo aperto e granita al limone.
Stavo ascoltando una delle mie canzoni italiane preferite di sempre cantata da uno dei cantanti che più stimavo e da me: in quel momento non avrei potuto chiedere di meglio all’universo.
La canzone era (è) meravigliosa, e Paolo, sempre supportato dall’instancabile Andrea Franchi, aveva fatto un lavoro straordinario, mettendoci tutto il suo cristallino talento.
C’erano le sue chitarre, la sua voce a ricordarci la “Santa voglia di vivere”, la sua voce a braccetto con la mia nella seconda parte della canzone, qualche nota di pianoforte in aggiunta alle nostre già registrate e, sorpresa delle sorprese, delle parti di violoncello letteralmente “rubate” da alcune tracce inutilizzate di Guglielmo Ridolfo Gagliano presenti nel computer di Paolo, che rendevano il pezzo una vera e propria sinfonia per cuori infranti. La ascoltai di nuovo, poi ancora e poi ancora una volta. Ero sulla Luna. Ero Neil Armstrong col cuore in fiamme.
Quindi uscii e andai a comprare dei cd vuoti per fare delle copie per i miei compagni di gruppo e una copia da spedire alla redazione di Mucchio Extra.
La rivista col cd uscì qualche mese dopo e, se mi si permette una piccola nota di vanità, mi piace ricordare che sul Forum online della rivista ci fu una specie di sondaggio sulla compilation e Rimmel arrivò al primo posto, premiata come la versione più riuscita dell’intero omaggio. E da informazioni di primissima mano, posso certificare che anche al Maestro De Gregori in persona era piaciuta molto.

“E gli occhi sono uguali a ieri, nella realtà di un sogno “
Il cerchio di quella meravigliosa ed elettrizzante avventura si chiuse l’anno dopo: al primo concerto che facemmo dalle nostre parti, dopo l’uscita del cd, a qualcuno venne in mente di invitarlo per suonarla insieme anche dal vivo.
Fu così che la stessa persona che aveva avuto l’idea, che in quel periodo si occupava dei nostri concerti, si prese la briga di chiamarlo e organizzare tutto. Lui accettò volentieri e sarebbe stato un vero e proprio, nonché graditissimo, ospite. Quindi la scaletta sarebbe stata questa: concerto nostro, in chiusura Rimmel suonata tutti insieme e poi lui avrebbe suonato in solitaria alcune delle sue splendide canzoni.
E invece no, le cose non andarono proprio così, perché lui aveva questa incredibile capacità di riuscire sempre a stupire, a sorprendere, a spiazzare, a (s)travolgere tutto e tutti col suo entusiasmo contagioso.
Un paio di sere prima del concerto mi chiamò e mi chiese se avevamo ancora una prova da fare: “Certo che si, domani sera ultima prova, suoniamo tutta la scaletta”
“Grandi, allora vengo anch’io, se mi volete, così mi fate vedere qualche pezzo e lo suono con voi”.
Avevo capito bene, per una sera Paolo Benvegnù sarebbe stato un chitarrista dei Macno. Non dissi niente ai miei compagni di gruppo e la sera dopo mi presentai alle prove con Paolo e la sua chitarra; ricordo ancora la luce che vidi sulle loro facce quando mi videro entrare con lui. Inutile dire dell’energia straripante che quella sera si sprigionò tra quelle quattro mura. Andò a finire che al concerto suonò quattro pezzi nostri con noi e poi chiudemmo con Rimmel, prima di lasciare il palco alla sua voce meravigliosa.
Potrei andare avanti a scrivere per ore e ore, perché ho ricordi di ogni prezioso istante passato in sua compagnia, di ogni nota suonata e ascoltata con/per/da lui, di ogni volta che il mio sguardo ha incrociato il suo.
E penso a Paolo che non risponde al telefono, Paolo che poi ti richiama, Paolo che dal sedile del passeggero della mia auto (sì, sempre la mia super Mitsubishi) mi racconta cose, Paolo e il bianco e nero, Paolo che dorme sul divano di casa mia (“Mi metto qui, come se fossi il vostro cane”), Paolo e l’architettura della mia città, Paolo che fuma in un angolo, Paolo sulle Dolomiti, Paolo che stoppa un pallone di petto, Paolo e la giacca stretta, Paolo e “Saggio sulla lucidità”, Paolo che canta da un palco, Paolo che mi sfotte perché ha letto che forse Cassano va alla Juventus, Paolo che di pomeriggio se ne va al cinema a vedere “La sconosciuta” di Tornatore perché io ho un impegno improvviso e poi lo vado a prendere all’uscita, Paolo che “comunque io per i Police avevo una vera venerazione”, Paolo che a Capodanno si assenta e torna con dei bicchieri di plastica per brindare al nuovo anno, lui con acqua e noi col vino. Paolo che sorride. Paolo che respira.
E poi Idraulici, Camerieri e Marinai, quel taglio di capelli a metà tra la new wave e lo spazio, quello sguardo da chi capisce una cosa prima ancora che gliela si dica.

Paolo caro, adorato Paolo, sappi che non ti ringrazierò mai abbastanza per quel regalo meraviglioso che mi/ci hai fatto. E poi, lasciatelo dire: sei stato un gigante, un gigante vero. Un artista straordinario, con un talento immenso e una visione delle cose sempre molto lucida, attenta, profonda e spesso illuminante.
Sei stato un Caravaggio caduto sulla terra dallo spazio e noi abbiamo avuto l’enorme fortuna di averti come contemporaneo.
Un poeta autentico, un sognatore concreto, leale e soprattutto libero, e il patrimonio di canzoni pregne di grazia, bellezza, incanto e gentilezza che ci hai lasciato è assolutamente inestimabile. Hai cercato la luce in ogni cosa, hai rincorso l’infinito, l’assoluto, la perfezione – trovandola, secondo me – pur rimanendo sempre un po’ in disparte, volutamente ai margini, sempre dietro alla telecamera e mai davanti.
Un sole un po’ nascosto dalle nuvole: splendido, splendente e lontano da tutte le brutture del mondo. E sei stato un uomo altrettanto straordinario, dispensatore di gesti nobili, di sentimenti veri, di vita coraggiosa, di affetti sinceri, un fiume in piena di entusiasmi e un imbattibile campione mondiale di abbracci.
Un uomo/artista che non ha mai avuto paura delle proprie fragilità e che le ha tramutate spesso in un punto di forza, e questa è una cosa che appartiene solo ai grandi, ai grandissimi, a quelli che al loro passaggio lasciano questo pianeta migliore di come lo hanno trovato.
Come uomo ti devo molto, moltissimo, perché se oggi sono migliore di ieri è anche un po’ merito tuo.
Ti voglio bene, Paolo Benvegnù. E manchi. Tantissimo. E mancherai tantissimo a chiunque abbia avuto l’enorme fortuna di incrociarti anche solo per una volta nella vita.
“E tutto si trasforma, si attenuano i rumori”.
*I Macno sono stati un gruppo rock di Como, attivo pressappoco dal 2000 al 2009. In curriculum due album – “A pochi passi da qui” (LoadUp/Venus, 2005) e “Tutto come prima” (La Scala Dischi/Venus, 2008) – numerosi concerti e diverse collaborazioni con artisti dell’area indie rock italiana, tra cui Paolo Benvegnù, Umberto Palazzo, Simone Lenzi (Virginiana Miller) e Lele Battista.
Dalle sonorità più scarne e di chiara matrice new wave dell’album d’esordio, alle atmosfere più eleganti del secondo, dove fanno capolino echi della canzone d’autore tradizionale e l’aggiunta di strumenti quali archi, pianoforti e tastiere, conservando sempre grossa considerazione per la parte letteraria.
Il singolo Madre di ogni mio desiderio (2005) è stato in programmazione in diverse radio nazionali, mentre il video è stato trasmesso da alcuni dei canali preposti.
Hanno diviso il palco con Paolo Benvegnù, La Crus, Marlene Kuntz e molti altri.
Mimmiz, voce e autore del gruppo, nel 2012 partecipa a “Simmetrie, un omaggio agli Scisma”, registrando e interpretando Troppo poco intelligente con Max Zanotti (Deasonika)


