Giorgio Ciccarelli: un ritorno a una lingua madre

Nel panorama della musica alternativa italiana, Giorgio Ciccarelli è una presenza costante, discreta ma determinante. Chitarrista, bassista, autore, produttore, figura chiave di band come Afterhours, oltre che anima di progetti come Sux! e Carnival of Fools, Ciccarelli attraversa da oltre quarant’anni la scena indipendente senza mai inseguire le luci della ribalta, ma contribuendo in modo sostanziale a definirne il suono e l’identità.

Il suo quarto album solista è “A luci spente” (Vrec Music Label),  un lavoro interamente composto, suonato, arrangiato, registrato e prodotto in totale autonomia, che segna un momento di profonda introspezione artistica. Un disco schietto, intenso.

Ancora una volta al suo fianco c’è Tito Faraci, autore dei testi, in una collaborazione che negli anni si è trasformata in una sintonia rara, capace di tradurre emozioni complesse – rabbia, dolore, amarezza – in canzoni che cercano una via d’uscita nella condivisione.

“A luci spente” è il ritratto di un artista che ha fatto della coerenza e della libertà la propria cifra stilistica. Un disco che parla di ombre, ma che proprio nelle ombre trova la possibilità di riaccendere una luce.

Un nuovo capitolo che si inserisce in una storia lunga quarant’anni: lo abbiamo approfondito insieme al suo protagonista.

Ciao Giorgio Bentornato!
Sono passati dieci anni dal tuo lavoro solista “Le cose cambiano”, sei al quarto album “A Luci Spente”Dopo la svolta elettronica del tuo penultimo disco “Niente demoni e dei”, qui torni a un suono più alternative-rock con sprazzi pop, con pianoforti, archi, tastiere. Che stato d’animo ti ha mosso in questa direzione?

Non è stata una decisione estetica, è stata una necessità emotiva.
Niente demoni e dei” aveva bisogno di una certa freddezza, di un’elettronica che facesse da filtro, quasi da distanza di sicurezza. “A luci spente” invece nasce in un momento completamente diverso, molto più esposto.
Quando ti ritrovi a fare i conti con il vuoto, con il silenzio, con la possibilità concreta di smettere, non hai voglia di mascherare nulla. Hai bisogno di suoni che respirano, di strumenti che hanno una materia. Le chitarre, il pianoforte, gli archi: sono elementi che non ti proteggono, ti mettono davanti.

Non è un ritorno nostalgico all’alternative rock delle origini. È piuttosto un ritorno a una lingua madre. Quando le cose diventano serie, parli nella lingua che conosci meglio.

“A Luci Spente “è un titolo piuttosto immaginifico, crea uno scenario da poter riempire. Hai presentato questo album come un lavoro in una “bolla d’isolamento” a cui hai lasciato accesso solo all’amico di sempre Tito Faraci (fumettista, scrittore, tastierista, paroliere) che ha scritto senza aver ascoltato prima la musica.
Rinnovare la fiducia nei suoi testi presuppone un confronto creativo profondo: che forma ha preso questo dialogo nel vostro isolamento condiviso?

È stato un dialogo quasi muto. Non ci siamo seduti in una stanza a ragionare su un concept. Non abbiamo costruito una struttura teorica. Ci siamo fidati.
Tito ha scritto senza ascoltare la musica. Io ho composto senza sapere dove sarebbero andate le parole. In mezzo c’era una fiducia che viene da quarant’anni di conoscenza, da una visione comune del mondo prima ancora che dell’arte.

Il confronto non è stato tecnico, è stato emotivo. Quando leggevo certi testi capivo che stavamo attraversando lo stesso paesaggio: disillusione, fatica, ma anche un’ostinazione sotterranea. Non dovevo adattare le parole alla musica, dovevo riconoscerle.
Il momento in cui capisci che stai parlando la stessa lingua è quando leggi un testo e ti sembra di averlo scritto tu, emotivamente. Non perché racconti la tua biografia, ma perché vibra sulla stessa frequenza. Non c’è stato bisogno di grandi spiegazioni, c’è stato un riconoscimento reciproco.

In un’epoca in cui tutto è immediato e condiviso in tempo reale, lavorare così è stato quasi un atto politico. Due persone in due stanze separate che parlano la stessa emozione senza urlarla.

Per Difficile come ogni cosa  ti sei affidato alla voce recitata, un linguaggio più vicino alla poesia, al teatro, dove le parole parlano in maniera più diretta all’ascoltatore.
Ti sei mai lasciato sorprendere dalle sfumature della voce durante la registrazione, cambiando intenzione rispetto a quello che aveva scritto Tito?

Sì, ma la sorpresa non è stata nell’intensità: è stata nella tensione tra controllo ed esplosione. Nel corpo del brano la voce è trattenuta, quasi sorvegliata. È un recitato che non vuole diventare teatrale, non vuole spiegare troppo. È come se stesse camminando su un filo: ogni parola è detta con una misura precisa, quasi chirurgica. Durante la registrazione mi sono accorto che bastava alzare leggermente l’intenzione per trasformare tutto in declamazione, e quello avrebbe tradito il senso del pezzo. Il testo lì deve restare vicino al pensiero, non alla performance.

Poi però arriva il ritornello. E lì succede qualcosa di opposto: l’urlo reiterato di “il fiato di un morto!” non è più controllo, è saturazione. È parossistico, quasi ossessivo. Non è un grido liberatorio, è un grido che insiste, che ritorna, che martella.

La sorpresa è stata proprio capire che quei due registri non si annullavano, ma si potenziavano. Più il recitato resta contenuto, più l’urlo diventa disturbante. Se avessi caricato emotivamente anche le strofe, l’esplosione avrebbe perso forza. Invece così il contrasto crea uno strappo netto.

Durante la take mi sono accorto che l’urlo non doveva essere “bello”, doveva essere necessario. Doveva sembrare quasi fuori controllo, ma in realtà è frutto di una scelta molto precisa: ripeterlo fino a farlo diventare una presenza fisica, quasi un’eco che non si spegne. È lì che il brano cambia pelle. Non è più solo riflessione, diventa frizione.
Credo che Difficile come ogni cosa stia tutta in quella dinamica: la voce che trattiene e poi la voce che implode. È una tensione che non si risolve, e forse non deve risolversi.

Nonostante tutta l’oscurità dei tuoi dischi, io trovo sempre spiragli di luce in quello che produci, mi è capitato di percepirli anche nei lavori precedenti. Nella coesistenza paradossale di Muori e sei vivo, parli di tristezza, sospensione, la paura del vuoto, e l’assenza di appigli a cui aggrapparsi sul piano della fede. Eppure, più di ogni altra cosa, percepisco quel “sei vivo”. Da quegli spiragli di luce a me pare emergere vitalità e forza interiore, la vera àncora!

Nasce dal fatto che non ho mai creduto nella negazione del dolore.
La rimozione non funziona, puoi ignorare qualcosa per un po’, ma poi torna.
“Muori e sei vivo” è una frase che tiene insieme due stati apparentemente inconciliabili. È il momento in cui ti senti svuotato, senza coordinate, senza fede a cui aggrapparti, e allo stesso tempo ti accorgi che stai ancora sentendo, stai ancora reagendo.

La luce non è una soluzione. È una consapevolezza. “A luci spente” non è un disco religioso, non offre salvezze trascendenti. L’àncora, se c’è, è interiore. È la capacità di attraversare il buio senza fingere che non esista.
Finché sei attraversato da qualcosa, anche dal dubbio, sei vivo. Per me la vitalità non è l’ottimismo, è la resistenza.

Dentro il vuoto è la canzone più intensa, dark, drammatica, con effetti sussurrati e rarefatti. Contiene gli elementi caratterizzanti della tua produzione musicale. Dici che condividere serve a liberarsi, forse crea un ponte con chi ascolta; ,cosa accade dopo? Il vuoto si trasforma o rimane lì?

Il vuoto non sparisce. Non credo nelle dissolvenze magiche. Quello che cambia è la sua forma. Quando lo condividi, smette di essere un monolite. Diventa uno spazio attraversabile. Se una canzone crea un ponte con chi ascolta, quel vuoto non è più isolamento totale. Non si riempie, ma si abita diversamente.
E a volte basta questo per andare avanti.

La title track dell’album e Dovunque Sia ovunque vada sono arricchite dalla bella voce femminile di Chiara Ciccarelli, tua nipote.
Quest’ultima traccia è l’episodio più ad ampio respiro del disco, c’è la gentilezza della melodia, il testo meno cupo, speranzoso…. Fatto da te vale doppio 😊
Com’è nata l’idea di questo interplay tra le due voci?

È nato in modo molto naturale. Non volevo una voce femminile come elemento decorativo. Doveva avere un senso emotivo, per questo mi è parso naturale cercare prima di tutto tra i parenti stretti. Le voci femminili in famiglia sono diverse, ma tra chi è molto timida e tra chi – nonostante una forte motivazione – non è molto intonata, la scelta e caduta su mia nipote Chiara e ne sono molto soddisfatto

Chiara ha una timbrica che non forza, non invade. Porta una luce discreta. In Dovunque sia ovunque vada” così come in A luci spente, quella presenza era necessaria. I brani hanno un respiro più ampio, meno contratto, e la sua voce introduce un’apertura che da solo non avrei potuto creare.
C’è anche un aspetto personale, certo. Ma non è stato un gesto affettivo fine a sé stesso. È stato un equilibrio sonoro e umano che si è imposto da solo.

Hai iniziato a metà degli anni ’80 con i Colour Moves, poi i Sundowner, gli Echidna e l’esperienza nei Carnival of Fools: in quarant’anni è cambiato radicalmente non solo il modo di fare musica, ma anche quello di ascoltarla e percepirla: dal vinile allo streaming, dall’underground fisico alle piattaforme digitali: come hai vissuto questa trasformazione? Quali sono le tue riflessioni sul modo in cui oggi la musica viene fruita e recepita?

Con realismo.
Ho vissuto l’epoca in cui si facevano chilometri per trovare un vinile, in cui l’underground era fisico, fatto di locali, fanzine, cassette scambiate a mano. Oggi tutto è accessibile in pochi secondi.

Questo ha aspetti positivi: chiunque può pubblicare, chiunque può ascoltare. Ma c’è anche un rischio di superficialità. La musica diventa un flusso continuo, spesso consumato distrattamente.
Lo streaming ha democratizzato l’accesso ma ha anche reso la musica più volatile. Si consuma più in fretta. Si ascolta meno in profondità. Però non è il mezzo il problema, è l’uso che se ne fa.
Io continuo a credere nell’ascolto come atto intenzionale. Un disco come “A luci spente” non è pensato per essere ascoltato in sottofondo. Chiede tempo, chiede attenzione.
Continuo a credere che chi cerca davvero la musica, la trova. Cambiano i canali, non la necessità. In buona sostanza, il mezzo cambia, ma la profondità dell’esperienza dipende sempre da chi ascolta.

Hai attraversato decenni di scena alternativa italiana, dai primi passi con i Colour Moves, passando per i Sux! fino agli Afterhours: cosa significa oggi per te restare “fuori dai riflettori”?

Significa essere coerente con la mia natura.
Non ho mai cercato il centro della scena. Mi riconosco di più nella figura del mediano: quello che lavora, che tiene insieme, che non fa il gesto plateale ma è fondamentale per l’equilibrio.
Restare fuori dai riflettori oggi vuol dire potersi permettere di fare scelte non allineate, di pubblicare un disco quando senti che è necessario, non quando è strategico. È una posizione che richiede resistenza, ma ti lascia una libertà enorme.

E’ in corso il tour, chi ti accompagna dal vivo?

Sul palco siamo in due: io canto e suono chitarra e basso, poi c’è Gaetano Maiorano, che suona tastiere, chitarra e fa programmazione.
Gaetano è con me fin dal mio primo disco solista. All’inizio era il chitarrista della band che mi accompagnava nei live per promuovere l’uscita di “Le cose cambiano”. Poi, quando ho deciso di ridurre la formazione e portare il progetto in una dimensione più essenziale, siamo rimasti in duo.

È una scelta che nasce sia da esigenze pratiche sia artistiche. Con Gaetano c’è una sintonia costruita negli anni. Non è solo un musicista che esegue parti: è qualcuno che conosce la traiettoria emotiva dei brani. Dal vivo non cerchiamo di replicare il disco in modo filologico. Lo rielaboriamo, lo rendiamo più teso, più diretto. Dopo quarant’anni, salire sul palco non è un atto automatico. È ancora un atto necessario. E farlo con qualcuno che condivide la stessa visione rende tutto più solido.