Marta Del Grandi pubblica in questi giorni il suo terzo album intitolato “Dream Life”. Musicista milanese di formazione jazzistica, ha debuttato sulla lunga distanza nel 2021 con “Until We Fossilize”, e, due anni più tardi, si è confermata con “Selva”.
Quest’ultimo disco aveva inoltre messo in luce la sua abilità nel mescolare più generi fino ad ottenere una soluzione folk personale costituita da un’elettronica minimale combinata con il jazz, il post rock e il blues.
Il presente porta con sé il risultato di queste esperienze sintetizzandole in un disco liquido, che si spoglia del reale per immergersi nel mondo dell’onirico. Marta stessa spiega come è nato il concept: incontri e coincidenze hanno definito il tema portante, cioè uno spazio a sé stante nel quale il reale si mescola all’irreale.
Il risultato? Un costrutto di esperienze vissute e altre mai accadute che diventano un tutt’uno e formano ciò che siamo: esseri umani fragili risucchiati in un vortice di emozioni che, nella fattispecie, trovano come spiriti guida una voce limpida, melodie eteree e silenzi.
L’accoglienza in questo micromondo è lasciata a You Could Perhaps, una canzone quasi a cappella dove la voce è sostenuta da brevi tocchi di piano, prima che le tastiere e la batteria elettronica arrivino a sostenere il canto etereo.
La title track è un quadretto folk che si sviluppa in una soluzione solare e cristallina dopo un minuto di introduzione umbratile che ricorda una giornata che volge, in maniera del tutto insperata, al meglio.
Antarctica è un funk colto che ricorda qualcosa dei Talking Heads.
E a proposito di musica ‘impegnata’, il testo è connubio vincente tra il tema climatico e quello dell’ingiustizia sociale. L’introduzione è geniale con quei versi: “If what we leave behind is bigger than what we take forward, how can I walk straight ahead and not stumble in my burden? …it needs too many ice cubes and Antarctica is melting. Oh darling don’t be scared. You’re too hard on yourself. Just keep on walking straight. And you will be okay”.
Se ciò che ci lasciamo alle spalle è più grande di ciò che portiamo avanti, come posso camminare dritto senza inciampare nel mio fardello? …ci vogliono troppi cubetti di ghiaccio e l’Antartide si sta sciogliendo. Oh tesoro, non aver paura. Sei troppo duro con te stesso. Continua a camminare dritto. E starai bene.
20 Days Of Summer è la canzone che preferisco. Dopo un’introduzione quasi a cappella, soluzione già sperimentata nella traccia di apertura, ecco giungere alle orecchie un cantato perfetto, maturo e cristallino, il quale, ben si sposa con la pioggia di suoni elettronici che riempiono il sottofondo. Il risultato? Una canzone perfetta sia nella produzione che nell’esecuzione.
A seguire incontro Alpha Centauri, terzo e ultimo singolo estratto, una nostalgica filastrocca che parla di adolescenza. L’artista, in questi lidi siderali, riscopre la sua bambina interiore mentre una tuba sbuca da lontano e crea una contro-melodia che si sposa perfettamente nell’andamento vivace.

Shoe Shaped Cloud ricorda in apertura i mai dimenticati Mazzy Starr di David Roback e Hope Sandoval, e quel modo notturno e minimale di creare emozioni con pochi accordi e una voce piena di personalità.
La successiva Neon Lights, uscita anch’essa come singolo, rappresenta un ennesimo cambio di passo. Il pezzo è ben sostenuto da una corposa sezione ritmica; in secondo piano, invece, un cantato sonnambulo segue pedissequamente la melodia rock creata dalla chitarra distorta. L’effetto di straniamento è il valore aggiunto di una canzone per niente scontata.
Un breve silenzio ci separa dal piccolo gioco strumentale che corrisponde al nome di Gold Mine.
In Some Days. Questa è sicuramente la traccia più cupa del lotto, nella quale Marta si avvale della collaborazione della cantante belga Fenne Kuppens e al suo timbro vocale profondo. La fusione delle due voci è un matrimonio perfetto di emozioni ed una bella riflessione sul tempo che vale la pena riportare: Alcuni giorni cielo e terra sembrano fermarsi, dichiarare una tregua nella loro lotta. Altri giorni non c’è fruscio, né vento, né onde e nessuno sembra pensare…Alcuni giorni le persiane si chiudono e gli orologi interrompono la loro futile corsa.

Il viaggio onirico si interrompe con Oh My Father e all’atmosfera malinconica nata dall’incontro tra chitarra e fiati. In queta canzone il rapporto padre/figlio è affrontato con delicatezza in un angolo ombroso e appartato come può esserlo un ricordo malinconico ripescato nel cassetto della memoria.
“Dream Life” stata tutto qui, nei ricordi sbiaditi e sfigurati e nel vivere quotidiano di chi scatta molte foto senza poi avere il tempo di riordinarle. Perché la vita è guardare avanti abbandonando il passato ma portando con noi il bagaglio essenziale di ciò che siamo.
E Marta Del Grandi con questo disco ci insegna come farlo.


