Oggi celebriamo un compleanno importante perché trattiamo di una band totalmente anticonvenzionale. E di un leader, Mark Hollis, totalmente svincolato dalla prevedibilità. I Talk Talk, come abbiamo avuto modo di parlarne tempo fa su questa pagina, in occasione del compleanno di quel capolavoro che corrisponde al nome di “Spirit Of Eden”, sono stati sperimentatori, pionieri e infine, per meriti sportivi, vincitori di un campionato che giocavano solo loro. E sono assunti così allo status di band di culto.
Ma c’è stato un prima “The Colour Of Spring”, e un dopo. Il disco di cui parliamo oggi rappresenta il vero spartiacque sonoro di una band nata in piena era synth-pop e approdata a lidi sconosciuti che un giorno i posteri avrebbero chiamati post-rock.
I Talk Talk erano fin troppo avanti coi tempi e, se proprio vogliamo trovare qualcuno che effettivamente aveva compreso ai loro tempi la portata della rivoluzione in corso, lo possiamo fare citando i Bark Psychosis. Tale band, loro contemporanea, dopo varie sperimentazioni col noise iniziò ad introdurre il silenzio nella loro proposta fino ad ottenere con il loro debutto intitolato “Hex”, il giusto equilibrio e la gloria eterna. Ma questa, come si suol dire, è un’altra storia.

Nel 1986, invece, i nostri Talk Talk erano impegnati ad intraprendere una scelta tanto affascinante nelle intenzioni e nel risultato sonoro, quanto disastrosa dal punto di vista del successo e commerciale. Facendo una ricapitolazione, nel 1982 i nostri debuttarono con “The Party’s Over” attraverso un synth-pop delicato, arricchito da atmosfere new wave che davano ai pezzi un effetto raffinato non molto distante dalla proposta dei coetanei Duran Duran (Colin Thurston, già produttore dei primi due album di Simon Le Bon e dei Taylor, è qui in cabina di regia).
Due anni dopo, Mark Hollis e compagni si confermano con “It’s My Life” (1984). Qui la proposta abbraccia soluzioni più pensate, più sofisticate, discostandosi così da un’elettronica di facile ascolto. I cavalli di battaglia furono la title track, Such A Shame (che in Italia in quel periodo rimbalzava un po’ ovunque in tutte le radio), e l’umbratile Tomorrow Started, una canzone mai troppo celebrata e che invece è perfetta nella sua struttura, nella sua esecuzione e in un cantato che si può tranquillamente definire teatrale.

Da questo momento il gruppo si separa definitivamente dai cliché del periodo per osare e creare qualcosa di nuovo ma che fosse un giusto compromesso tra le ambizioni e il gusto del pubblico. E il risultato fu “The Colour Of Spring”, un’opera matura che dimostra come quando la creatività sale al potere sia possibile ottenere qualsiasi risultato.
Ed è così che il lavoro sugli arrangiamenti diventa sempre più rilevante e, con esso, la cura nel dettaglio sulla scelta di un particolare suono da eseguire. Vengono qui spolverate armoniche, percussioni varie, arpa, sassofono, contrabbasso e organo Hammond e, in un totale spirito di libertà, si decide di far accedere in sala di registrazione più musicisti, trasformando così la band, in un ensemble che, alla bisogna, concede il proprio selezionato contributo artistico.
Ed è in questo modo che oggi possiamo apprezzare cammei di Steve Winwood (già nei Blind Faith, The Spencer Davis Group, Traffic), David Rhodes (collaboratore di Peter Gabriel) e Robbie McIntosh (turnista e solido collaboratore di Paul McCartney), per citarne solo alcuni.
La ricetta ha successo. Il disco uscirà il 17 febbraio del 1986 (esattamente quarant’anni fa), e questo stato di grazia culminerà con l’esibizione a Montreaux del luglio dello stesso anno; da quel momento, infatti, il gruppo imboccherà un’altra strada e cambierà nuovamente pelle.
Qualcosa è cambiato, Hollis e i suoi sodali arricchiscono il suono, allungano la durata dei loro pezzi e diminuiscono il numero delle canzoni. All’interno, l’opera concettuale è centrata sul rinnovamento, sul cambiamento camaleontico, sull’adattamento e alla ricerca dei colori e delle tinte della primavera, la quale, da sempre è stagione di rinascita.

La copertina, sempre ad opera del sodale artista James Marsh, il quale curerà tutta la parte grafica della band, rappresenta in tutto e per tutto la primavera.
Apparentemente si tratta della grafica meno complessa e criptica, eppure se ci soffermiamo per più di un secondo, ci saranno dei particolari che salteranno agli occhi e sui quali si può ragionare. Il colore della cornice è caldo; un rosa pesca, mentre in altre edizioni diventa quasi giallo. All’interno, il quadretto è composto da farfalle, e, a differenza di una collezione, nella quale sono presenti insetti morti e infilzati da un chiodino, qui sono vivi e dalle ali sembrano possedere degli occhi vispi che osservano a loro volta l’osservatore.
La farfalla, l’insetto che più di tutti rappresenta la rinascita, è qui a mostrarci la metamorfosi in atto. I Talk Talk non sono più un bruco, ma si sono trasformati e si sono dotati di ali che gli consentiranno di spiccare il volo. Da questo momento la band si eleverà e volerà via sparendo per sempre dopo averci consegnato altri due album dal sapore di capolavoro. Tra le tante farfalle illustrate, ce n’è una che ha la forma perfetta di un cuore. Qui Marsh non gioca con le similitudini, ma colloca un insetto che è riconoscibile solo da minuscole antenne, come a dimostrarci che tutto ciò che andremo a sentire e pensato col cervello, ma proviene direttamente dal cuore.

Ed è Happiness Is Easy ad aprire le danze. Si tratta di un capolavoro a sé stante che detta le regole del nuovo gioco fin da subito. La batteria di Lee Harris è chirurgica e allo stesso tempo piena di suoni limpidi. Se, con merito ricordiamo batteristi come Stewart Copeland dei Police, qui non possiamo non restare colpiti dal grosso passo avanti che ha fatto Harris nel creare un’atmosfera giocosa e che tiene in piedi tutta l’impalcatura. In questo quadro troviamo Hollis che si prende tutto il tempo per disegnare melodie vocali perfette e a un tratto sentiamo qualcosa di tanto bello quanto spiazzante. La scena, infatti, viene rubata dal coro dei bambini della scuola di Miss Speake, i quali prestano le loro voci bianche e suggellano il momento. La felicità è semplice, ci racconta Mark Hollis con una voce profonda e adulta, ma sono poi i bambini a ribadirlo. La felicità è una cosa semplice. Punto. Un plauso particolare qui va a due ospiti fra tutti: Steve Winwood per l’organo Hammond e Danny Thompson per il contrabbasso.
I Don’t Believe In You, la traccia successiva e quarto singolo estratto in ordine temporale, è una ballad umbratile che all’epoca venne accostata ai Traffic e ai Procol Harum, mentre per l’assolo di chitarra ai Dire Straits. È comprensibile come all’epoca fosse fondamentale per chi scriveva su riviste di musica cercar di dare il maggior numero di coordinate possibili, ma qui l’ultimo paragone che ci verrebbe in mente sono proprio i Dire Straits. La struttura del pezzo è di evidente improvvisazione, a differenza invece del gruppo di Mark Knopfler, dove in genere il leader portava un pezzo pronto e che solitamente spaccava le classifiche non appena arrivato in radio. Abbiamo qui due antipodi. I Talk Talk che cercavano di nascondersi, i Dire che erano alla spasmodica ricerca della prossima hit. Una curiosità. Nel disco successivo, il capolavoro “Spirit Of Eden”, è presente un’altra canzone che, al contrario, si chiama I Believe In You. Ho sempre pensato che Mark Hollis avesse dato a questa persona una seconda chance.
E a proposito di hit spacca classifiche, è con la successiva Life’s What You Make It che i Talk Talk fecero il botto. Il pezzo è sempre cesellato di intarsi particolari, ma qui la forma canzone è perfettamente rispettata. Si tratta del secondo singolo pubblicato e, probabilmente, l’ultima canzone ad essere stata realizzata per l’album. La casa discografica, infatti, riteneva “The Colour Of Spring” un disco valido ma senza il singolo portante ed è per questo motivo che venne richiesto alla band l’introduzione di un pezzo che potesse far la differenza e discostarsi dal prodotto.
Mark Hollis e Tim Friese-Greene, nel caso specifico, presero la situazione come una sfida e decisero di assemblare qualcosa in breve tempo. Quest’ultimo riprese un vecchio pattern di batteria ispirato a Running Up That Hill di Kate Bush, mentre Mark ci suonò sopra la parte d’organo di Green Onions, il successo di Booker T. & The M.G.s. Il ritornello di chitarra, invece, è tutta opera di David Rhodes. Cosa dicevamo prima? Creatività al potere.
April 5th, chiude il lato A del vinile donandoci le prime coordinate di un nuovo viaggio che la band sta per intraprendere. Per l’occasione Hollis canta, sussurra e inizia a giocare con la voce come mai aveva fatto prima. Non si tratta di urla, al contrario, di timidi bisbigli che si innalzano e sono sorretti da una parte strumentale in aria jazz.
È qui presente un sassofono, il sintetizzatore Kurzweil suonato da Friese-Greene, l’organo e il variophon. L’atmosfera diventa impalpabile e iniziamo qui a prendere dimestichezza con la teoria del silenzio promossa dal leader della band, con la quale si afferma che i vuoti sono importanti tanto quanto le parti suonate. A volte anche di più. Ma è solo un assaggio perché non appena si gira il piatto rientriamo su lidi più tendenti al rock tradizionale.
Living In Another World, la traccia di apertura del lato B, e secondo singolo estratto, ricorda nell’incedere qualcosa degli Smiths. Ha una struttura circolare ripetitiva ma con tutta una serie di giochi ritmici che rendono ogni passaggio diverso dal precedente. Possiamo apprezzare, oltre al piano suonato da Hollis, l’armonica di Mark Feltham e lo scambio tra sassofono e una chitarra ultra-effettata che prosegue l’assolo.
Qui Mark inizia a sperimentare il ruolo che a breve avrà da direttore d’orchestra nel disco successivo; si ispira infatti a Miles Davis in merito alla parte strumentale, mentre per il testo scomoderà gli studi di Jean-Paul Sartre (così come confermato in un’intervista ad un’emittente televisiva italiana).
Give It Up, il terzo singolo estratto, è una carica assoluta di energia. Il duo composto da Tim Friese-Green e Paul Webb disegna un’atmosfera perfetta nella quale Mark Hollis recita in modo quasi disperato. Il basso funk di Webb è la spina dorsale del pezzo sul quale si appoggia l’organo di Friese-Greene. E qui, più che il testo è la voce di Hollis a far la differenza. La canzone sembra essere un grido ambientalista e nel ritornello si apprezzano versi semplici ma potenti come: “Devo arrendermi, oppure dimmi perché sbaglio così tanto”.
Mentre il basso e l’organo si accomiatano lasciando Hollis a brevi vocalizzi, ecco giungere da lontano la breve Chameleon Day. Come un camaleonte, i Talk Talk stanno cangiando e adattando il colore alle nuove sfumature che si stanno presentando all’orizzonte. Qui il variophon lascia delle note inquiete dopo l’apertura del piano e del sintetizzatore Kurzweil che creano la sensazione di un ultimo raggio di sole prima che il tramonto cada su ciò che resta della vecchia anima della band.
La conclusione è lasciata a Time It’s Time, il pezzo più lungo del disco. In otto minuti il gruppo spiega ciò che sta accadendo e lascia un biglietto da visita sul proprio futuro. La struttura diventa sempre più complessa, la strumentazione aumenta così come la voglia di sperimentare. Una delle soluzioni più felici è quella del coinvolgimento del coro Ambrosian Singers, che qui dona una performance calda e solenne.
“The Colour Of Spring” non è un capolavoro in senso stretto; per quello occorrerà attendere un paio d’anni. Ma Time It’s Time lo è. Time It’s Time non è una canzone, ma un concentrato di emozioni che offre tutto ciò che ci si attende da un disco e cioè lasciare chi ascolta con la voglia di averne ancora. Per chi scrive questo è probabilmente il pezzo preferito della loro intera discografia. Ogni ascolto ti conduce in una nuova dimensione dove tutto è perfetto.
In conclusione, si può solo aggiungere che “The Colour Of Spring” è un’opera perfetta nella sua incompiutezza. Non è il capolavoro ricercato, ma è lo strumento lucido con il quale delle creature decidono di cambiare pelle e di farlo in maniera epocale.
A quarant’anni dalla sua uscita ci emoziona ancora perché lascia dentro di noi il gusto della possibilità. Ascoltarlo è un’esperienza diretta che si fa con il proprio Io nel momento in cui si comprende che è ora di uno stravolgimento. Si tratta di una rivoluzione e della voglia di non arrendersi a ad una sorte ostile.
Ed è con questo spirito che i Talk Talk hanno rimesso mano alle loro vite e di esse ne hanno fatto un’opera d’arte.



