Oslo Tapes: racconti dal profondo nord

Uscito alla fine dell’anno scorso, “Låst Comet” è il nuovo tassello musicale di un interessante progetto denominato Oslo Tapes. Il nome trae in inganno e si è portati ad immaginare una provenienza da altre latitudini, ma, in realtà, il collettivo in questione (in precedenza one man band), ha origini italiche.

Nati per volontà di Marco Campitelli, musicista di Lanciano (provincia di Chieti), attivo in precedenza con la band post hardcore/noise dei Marigold, gli Oslo Tapes hanno ben altre coordinate sonore. La loro ragione sociale prende spunto da un viaggio in Norvegia, e, sotto questo moniker, la band ha rilasciato cinque album e diversi singoli.

Qui in redazione siamo rimasti molto colpiti dalla commistione di generi racchiusa nella loro proposta. Questa amalgama di musica psichedelica e kraut rock non è passata inosservata, ci ha incuriosito e abbiamo quindi deciso di incontrare Marco per saperne di più.

Ciao Marco, grazie per avermi incontrato. A novembre dell’anno scorso è uscito il vostro nuovo disco, intitolato “Låst Comet”. Fin dal primo ascolto sono rimasto sinceramente colpito dal vostro approccio perché avete preso a prestito diversi generi e reso la proposta molto personale.
Sento delle influenze che vanno dalla musica psichedelica, al kraut rock, fino al dream pop, ma, a differenza di tante band in circolazione, i suoni presenti nei vostri dischi sono ben distinti. Forse, questo è dovuto all’utilizzo delle chitarre che, seppur presenti in abbondanza, non sono quasi mai in primo piano.
Ti chiedo innanzitutto cosa ne pensi di questa mia impressione e se questo effetto è voluto.

Ciao e grazie per l’interesse in questo nuovo lavoro. La pluralità di influenze è inevitabile in quanto negli anni la nostra formazione musicale è diventata sempre più ricca e con questo aspetto anche la capacità di saperle fondere insieme. I suoni son ben distinti ma nella loro totalità si fondono in un caos organizzato, merito di una buona interazione fra le idee in preproduzione e quelle in postproduzione che sono merito di Amaury Cambuzat. Nello specifico hai sottolineato un dettaglio molto ben definito, cioè quello dell’utilizzo di chitarre in modo non predominante, difatti questo è un disco poco chitarristico ma incentrato maggiormente su basso e synth e poliritmi.

Mi piacerebbe sapere qualcosa in merito alle tue influenze musicali. So che in passato ti sei dedicato al post hardcore e in generale a un progetto musicale che verteva più su sonorità noise.
Negli Oslo Tapes, soprattutto nel corso recente ho individuato affinità con lo shoegaze. Ad esempio, sento influenze di band come Slowdive nella traccia Quasistar (una canzone si collocherebbe bene tra il loro secondo disco “Souvlaki”, e il terzo “Pygmalion”), o come in Transpace, dove invece trovo una presenza dei My Bloody Valentine nella loro versione più noise. Ma fermarsi a un genere sarebbe riduttivo.
In In Deep, ad esempio, il groove creato dai bassi e dal gioco di batteria, mi ha riportato con la memoria ai Bark Psychosis di “Hex”. Ti ci ritrovi in queste coordinate? Quali artisti ti hanno influenzato maggiormente?  

La band The Marigold è nata alla fine degli anni 90 ed è di fatto un progetto “grunge” o “stoner noise”.   Da li veniamo io e Stefano Micolucci (bass VI e Synth negli OT), Oslo Tapes invece ha toccato il noise soprattutto nei primi dischi, ma è stata chiara fin da subito: dare spazio a nuove esigenze stilistiche. La psichedelia rumorosa unita alla reiterazione mitteleuropea derivante dal krautrock e atmosfere derivanti da un filone jazz molto particolare nato in Norvegia “il nordic tune”.
Quasistar in particolare è un brano che è un chiarissimo tributo al jazzpop di Robin Guthrie (Cocteau Twins) con quegli accordi di settimana dominante, lui influenzò a cascata molte band shoegaze, soprattutto gli Slowdive.

Una domanda d’obbligo: qual è il processo creativo degli Oslo Tapes? È cambiato negli anni? Ad esempio, in passato partivi da un determinato strumento per costruire la base strumentale, mentre oggi componi in maniera differente?
So che ti avvali di ottimi collaboratori e che forse ora sono più parte di un organico bene rodato. Con loro c’è spazio per l’improvvisazione in studio?

Oslo Tapes è nato come un cantiere aperto e soprattutto nei primi due album in cui i brani erano completamente derivanti da improvvisazioni (il primo disco “OT” lo abbiamo composto in una settimana io e Amaury). Nel tempo ho iniziato maggiormente a strutturare i brani ed a lavorare su composizioni costruite da me. Successivamente avviene una fase di arrangiamento e di assegnazione delle parti o dello strumento ad ogni musicista.

Sempre legato alla domanda precedente, io ho definito gli Oslo Tapes una band. È corretto? Ti andrebbe di dirci qualcosa sui tuoi stretti collaboratori? Se non ho letto male, in organico è presente anche un ex membro dei Motorpsycho.

Håkon Gebhardt leggendario batterista dei Motorpsycho, band che ho amato soprattutto nel periodo in cui lui era alla batteria (sono favolosi anche adesso!). Håkon è stato invitato a suonare la chitarra elettrica su In Deep insieme a Nicola Amici aka Kaouenn (sassofono e percussioni) un “quasi membro” degli Oslo Tapes.
In studio Oslo Tapes è un collettivo guidato da me e mi avvalgo di fidati musicisti come dal succitato Stefano Micolucci, Mauro Spada (basso) e Davide Di Virgilio (batteria) e l’immancabile Amaury Cambuzat (produzione e strumenti vari). Nell’ultimo album c’è anche Emil Nikolaisen (Serena Maneesh e Brian Jonestown Massacre) musicista e produttore norvegese di gran talento che ha passato una settimana nel mio studio a registrare e sperimentare ogni forma di suono e arrangiamento.
Sempre dalla Norvegia Emilie Lium Vordal che spero resti come collaboratrice stabile, sia per un fattore umano che per talento artistico, con lei ci siamo trovati benissimo ed abbiamo lavorato insieme in modo davvero armonico.
Oltre a loro Andrea Angelucci, Lorenzo Di Lorenzo e Matteo Giancristofaro che hanno reso questo disco davvero variopinto.
Infine, ciliegina sulla torta, Jeff Schroeder ex Smashing Pumpkins che ha remixato uno dei brani del disco Pyramid Shape ed è stato uno dei singoli apripista dell’album.

Di chi sono le simpatiche voci in italiano che si sentono in Lazarus Awaking e che concludono il pezzo con ‘Ciao… e addio!’?

Delle mie due figlie Greta e Matilde registrate da Emil (Nikolaisen) mentre era in studio con noi. L’ultima frase detta da Matilde è stata questo “Ciao…e addio” che Amaury ha posizionato perfettamente in chiusura. Una scelta sintattica perfetta!

Sono certo che questa domanda te l’avranno fatta parecchie volte, però vorrei proportela per togliere una curiosità anche ai lettori di The Beat.
Come nasce il nome Oslo Tapes? Si tratta per caso di cassette con canzoni demo che avevi registrato in Norvegia e che poi hai completato in Italia? Oppure il nome ha tutto un altro significato? 

Nasce in seguito ad un viaggio fatto nella capitala norvegese in un anno molto particolare della mia vita, le cassette (tapes), ma non solo, sono state fra I primi “strumenti” utilizzati fin da bambino per approcciarmi alla musica. Da qui Oslo Tapes.

Da amante della musica trovo che l’aspetto grafico possa essere un buon biglietto da visita per l’opera che si andrà ad affrontare. Non è indispensabile, ma contribuisce a rendere un lavoro iconico.
I temi delle vostre copertine, ad esempio, mi piacciono molto e credo siano davvero adatti a rappresentare opere visionarie e raffinate. Non ho trovato informazioni in merito. Chi le ha ideate? Sono opere tue?

Sono opere di Benedikt Demmer sotto il nome di Druckwelle Design un’artista tedesco che abbiamo conosciuto tramite la Pelagic Records che ha prodotto l’album “ør” nel 2021. Ha uno stile che rappresenta davvero bene il mood e il sound dei dischi degli Oslo Tapes. Precedentemente ho invece lavorato con il poliedrico artista Kain Malcovich.
Ognuno ha saputo interpretare bene il momento sonoro che stavamo attraversando. Per lavorare sul percetto visivo è necessario avere delle doti immaginative ben precise e poi la competenza tecnica per saperle realizzare.

Nonostante la proposta di “Låst Comet” sia molto eterogenea sento comunque un amalgama di fondo che tiene insieme tutti i pezzi e che gli dona un suo stile ben specifico e riconoscibile. A tal proposito ti chiedo, c’è un filo conduttore o un concept che le lega tutte insieme?  

Non c’è un filo conduttore in particolare, se non per un certo esoterismo che lega i brani fra loro. Un esotismo per luoghi, fedi lontane, una vera e propria nostalgia dell’”altrove”.

Un’ultima domanda. Devo confessarti una mia infatuazione adolescenziale per la musica noise e, nello specifico, per il lavoro di Amaury Cambuzat con i suoi Ulan Bator. Come nasce la vostra collaborazione? Puoi raccontarci un aneddoto che vi riguarda?

Io e Amaury lavoriamo insieme dal 2006, quest’anno 20 anni! La nostra è un’esperienza artistica e profondamente umana, come te amo il suo lavoro con gli Ulan Bator.
Di aneddoti ne avrei diversi ma c’è una situazione particolare che ricordo in modo vivido. Te ne racconto una davvero strana e ancora vivida nella mia mente. Una sera verso le 23 ricevo una chiamata da Amaury e mi dice che si trovava fra le montagne, a due ore da casa mia e se potevo andarlo a prendere. Mi sono ritrovato alle 1:00 del mattino ad un casello autostradale nel buio pesto della notte per prenderlo e poi siamo tornati a casa. Il giorno dopo stavamo registrando il primo disco a nome Oslo Tapes.

Vorrei concludere ringraziandoti per il tempo dedicato e per chiederti un paio di informazioni in chiave live. Vi vedremo presto in Italia? In generale, come si evolve il suono degli Oslo Tapes dal vivo?

Dal vivo siamo in una formazione a 4 elementi Io (chitarra/bass VI e voce), Stefano (bass VI e synth), Mauro (basso) e Davide (batteria). Siamo già in un tour di date partito dalla Svizzera e adesso in Italia. Grazie a te per il tempo e l’attenta analisi. A presto.

Prossime date tour:

23/05/26 Hex – Bologna 🇮🇹

22/07/26 Cafè Art Fest – Lanciano 🇮🇹

10/10/26 tba – Belgium 🇧🇪

22/23/24/10/26 – Calabria/Sicilia

20/11/26 Blah Blah – Torino 🇮🇹