“Hail To The Thief (Live Recordings 2003-2009)” – Radiohead

Radiohead Hail To The Thief Live Recordings 2003-2009

Parlare di Radiohead non è mai banale e occorre sempre procedere con un riassunto delle puntate precedenti.
Vuoi perché la prima band di Oxford (la seconda sono indubbiamente i Supergrass), esiste ormai da quarant’anni, vuoi perché nella loro carriera ci hanno abituato a cambi di direzione, stravolgimenti, ripensamenti.
Inoltre, attraverso iniziative più o meno originali, sono sempre riusciti a mantenere un certo hype su quelli che sarebbero stati i loro prossimi passi.

E riavvolgendo il nastro dell’ultimo decennio possiamo notare come, dalla pubblicazione del loro nono e ultimo disco “A Moon Shaped Pool”, i membri del gruppo si siano dedicati a vita privata e ad una serie di uscite celebrative che hanno interessato quello che ad oggi rappresenta il fulcro della loro carriera.


Per i rispettivi ventennali sono uscite delle edizioni celebrative di “Ok Computer” , “Kid A” e “Amnesiac”; gli ultimi due, tra l’altro, raccolti insieme hanno ridato senso a quello che era stato il progetto iniziale pensato all’epoca da Yorke e compagni.
Dicevamo che ogni iniziativa non è mai banale e nell’avvicinarsi del ventesimo anniversario di “Hail To The Thief” (uscito originariamente nel 2003), negli anni scorsi si iniziarono a moltiplicare i rumors che vedevano i Radiohead in fermento e pronti a uscire con qualcosa di nuovo. La band, come sempre, attraverso interviste discordanti, è riuscita a sviare.
Se da una parte infatti Philip Selway, dichiarava che il gruppo ogni tanto si ritrovava per rispolverare il vecchio catalogo e che quindi era plausibile attendersi buone nuove, dall’altra, Thom Yorke e Jonny Greenwood al contrario, professavano amore eterno al nuovo progetto The Smile poiché consentiva loro di essere liberi di creare senza alcun tipo di pressione esterna. E senza Thom e Jonny niente Radiohead.
Ma le voci si sono fatte via via più insistenti e i compleanni vanno sempre festeggiati. Ecco, quindi, l’occasione giusta per mettere mano al catalogo e dedicarsi al successore di “Amnesiac”; quel ”Hail To The Thief”, che fece riappacificare il gruppo con le chitarre e che riportò la comitiva verso coordinate più vicine al rock.

Ma in passato, esattamente nel 2009, una precedente iniziativa, questa volta di ristampa, aveva dato fondo a tutte le b-sides presenti sui singoli di questo album e pertanto occorreva virare su qualcos’altro.
La scelta di puntare su un live è stata quindi vincolata ma ha fornito loro una ghiotta occasione per un progetto non banale.

Questo disco non è il primo dal vivo poiché in passato, a conclusione dell’operazione Kid A – Amnesiac era già stato rilasciato un dischetto che fungeva da summa di quell’esperienza e integrava anche il bellissimo e inedito True Love Waits; ma qui si è voluto ribadire una volta di più come i Radiohead siano prima di tutto un gruppo a tutto tondo che, oltre a produrre dischi perfetti riesce a creare atmosfere intense anche davanti al proprio pubblico.
Esce quindi in questi giorni “Hail To The Thief (Live Recordings 2003-2009)”, il quale propone (quasi) tutta la scaletta del settimo disco e ci consente di fare una valutazione tra la parte studio e le differenze on stage.
Le registrazioni comprendono i sei anni successivi all’emissione nel mercato e alcune di esse si sovrappongono all’uscita di quel capolavoro che corrisponde al nome di “In Rainbows” (2007), e ci presentano una band in forma sia a livello strumentale che di voce.

Il disco si apre con 2+2=5, canzone riconosciuta all’istante dal pubblico che infatti la accoglie con un boato e la segue pedissequamente così come accade per la successiva Sit Down, Stand Up.
Il primo trittico si conclude con Sail To the Moon, la quale sorprende in questa versione dal vivo poiché la parte di piano rende decisamente meglio che su disco. Intendiamoci, Sail To The Moon è uno dei pezzi più riusciti e amati dai fan.
Su disco in studio è perfetta, ma, come per Pyramid Song, in chiave live il pianoforte e la voce di Yorke con i soli strumenti dietro di accompagnamento, donano calore alla traccia ed è un brivido, oltre che un piacere per le orecchie.
Backdrifts, quarta traccia presente sul disco del 2003 qui non viene proposta e, lo stesso sarà per A Punchup at a Wedding. Non è dato sapere se si è trattato di una scelta stilistica o forse dovuta al minutaggio.

Il disco originale durava un’ora scarsa, ma è da dire che il live senza queste due canzoni suona più corto di dieci minuti e a parere di chi scrive è un dettaglio positivo poiché l’opera ne acquista in immediatezza.
Non è un caso che per il successivo disco in studio (“In Rainbows”), opteranno per una durata ridotta.

Go to Sleep presenta un bel gioco di chitarra effettata, la quale nell’ultimo minuto regala un bell’assolo ‘digitale’ che trova anche l’approvazione del pubblico.
Where I End and You Begin, al contrario, non si discosta dall’originale.
E’ però We Suck Young Blood che acquista una marcia in più. Se la canzone, di per sé è una ballad senza poche sorprese dal punto di vista compositivo, qui ciò che la rende ancor più struggente è il cantato umano e profondo di Yorke, e l’applauso di accompagnamento del pubblico, il quale funge proprio da ritmo e trasforma la traccia in un mantra cyberpunk.

The Gloaming è forse la canzone più vicina al periodo Kid A/Amnesiac e di fatto non subisce modifiche sostanziali. Qui è godibilissima la parte vocale tra innesti, campionamenti e momenti a cappella.

There There a seguire è il vero cavallo di battaglia degli ultimi anni, come lo furono Just e Karma Police in tempi a dietro.
Basta solo il tempo dettato dalle bacchette di Selway per scaldare il pubblico, il quale risponde cantando il pezzo dall’inizio alla fine neanche fossimo a un concerto dei Pearl Jam.
A proposito di questa traccia è bene ricordare che fu già pensata per finire su “Kid A”, ma le registrazioni non convinsero la band, nonostante le indiscusse potenzialità come singolo.
Jonny Greenwood a tal proposito dichiarò “A volte non funziona affatto, perché non hai il vero volume di un concerto dal vivo… Semplicemente non funziona quando esce dagli altoparlanti nel tuo soggiorno… Sembrava un po’ come se stessimo cercando di fare una degna registrazione di una ‘band che suona insieme dal vivo’”.
E come dargli torto. Questo live è proprio qui a confermare quanto da lui sostenuto.
I Will dura il tempo di un soffio attraverso due minuti abbondanti di solo voce e chitarra; ed è a questo punto che abbiamo la seconda vera grande sorpresa attraverso Myxomatosis.
La canzone, un’altra fra le più apprezzate dal pubblico, è qui riportata ad una versione più umana. Il cantato di Thom non è serrato come su disco e questo la rende meno aliena. Alcune parti che suonavano algide sono qui riempite dal cantante nelle pause fatte per riprendere fiato. Il pezzo risulta pertanto valido anche togliendo l’effetto robotico.

La conclusione è lasciata a Scatterbrain e A Wolf At The Door, le quali non presentano sensibili variazioni ad eccezione, nella seconda, di una parte vocale e strumentale più energiche, come a volere ribadire che i Radiohead in chiave live sono vivi e vegeti e potrebbero a breve tornare in grande stile.

I segnali ci sono tutti, la band ha appena fondato una nuova società legale denominata RHEUK25, una sigla tradotta dai fan-detective in RadioHead EUrope UK 2025, come se si trattasse dell’inizio di un tour.
Inoltre, “Hail To The Thief “è stato rielaborato da Thom Yorke per essere adattato ad una riproposizione dell’Amleto di Shakespeare.
Restiamo quindi in attesa di buone nuove, perché a volte, il silenzio non è sintomo di poca creatività, ma è solo l’incipit per qualcosa di grande che sta arrivando.
Lunga vita ai Radiohead.