Come può essere definita la musica? Fra le varie sfumature che il linguaggio può offrire, le prime parole che mi vengono in mente sono: salvezza, rifugio, via di fuga e antidoto. Sì, un antidoto; ed è da questa premessa che si parte per una nuova esplorazione sonora.
“La musica è un antidoto alla realtà, che a volte è segnata da delusioni e sogni infranti. Ha un effetto terapeutico sulla mente e sul corpo: ci calma, ci dà speranza, ci guarisce e ci aiuta a vedere le cose sotto una nuova luce. La musica trascende tutto”. È così che Rami Khalifé, pianista di questo neonato progetto artistico, definisce questa arte magica e linguaggio universale.
Da questa visione nasce la connessione fra tre tradizioni, esperienze e sensibilità diverse che si intrecciano in un sentire comune. È così che prende forma L’Antidote, nome del nuovo progetto artistico e album d’esordio del trio composto dal violoncellista albanese, ormai di casa in Salento, Redi Hasa, dal percussionista iraniano Bijan Chemirani e dal pianista libanese Rami Khalifé.

Il primo incontro fra questi tre musicisti, figure già affermate nel panorama internazionale, è avvenuto grazie a Ponderosa Music&Art (che ha curato anche l’uscita del disco) a Lari – una piccola frazione in provincia di Pisa – nel 2020, poco prima della pandemia. In quell’occasione Hasa, Chemirani e Khalifé hanno avuto modo di conoscersi e iniziare a tessere le trame di questo nuovo progetto. Poi, a causa di forza maggiore, tutto si è fermato ed ognuno è tornato alla propria vita e progetti. Però, ciò che era stato iniziato non poteva rimanere incompiuto. Finalmente, i tre musicisti si sono ritrovati a settembre del 2024, in uno studio immerso nel paesaggio pugliese ed è lì che la loro visione comune ha preso finalmente forma definiva concretizzandosi in un “antidoto”.
Prima di addentraci nell’esplorazione dell’album, vorrei dedicare qualche pensiero di presentazione a questi tre eclettici artisti per tentare di carpire l’essenza del progetto. Più di un dettaglio li accomuna: appartengono a famiglie di artisti, hanno avuto mentori nel loro nucleo di origine e hanno avuto una formazione classica. Tre musicisti, provenienti da terre – Albania, Iran, Libano – dove esprimersi artisticamente con libertà non è mai stato facile e che hanno scelto di costruire insieme una geografia sonora nuova, un luogo di libertà e di incontro.

Redi Hasa ha iniziato a studiare il suo strumento all’età di sette anni, portando con sé una relazione intima e profonda con il violoncello, raccontata nel suo debutto solista “The Stolen Cello”. Con “My Nirvana” ha unito introspezione e tributo al mondo grunge, rivelando la sua anima versatile. Negli anni ha collaborato con artisti come Bobby McFerrin, Paolo Fresu, Kočani Orkestar e Boban Marković, fino a entrare stabilmente, dal 2012, nell’ensemble di Ludovico Einaudi. Non ultimo, è apprezzato per il suo impegno nella valorizzazione della musica tradizionale del Sud Italia.
Bijan Chemirani, maestro dello zarb e delle percussioni persiane è l’ erede di una tradizione familiare legata a questi strumenti. Fomatosi con il padre Djamchid e il fratello Keyvan, ha saputo sviluppare una filosofia del ritmo che mescola le metriche della sua terra con aperture jazzistiche e mediterranee. La sua carriera, iniziata quand’era giovanissimo, lo ha portato a collaborare con musicisti di spicco come Ross Daly – con cui ha inciso il suo primo album “Gulistan Jardin des Roses” all’età di ventidue anni- Ballaké Sissoko , Sting, Renaud Garcia-Fons, Sylvain Luc e molti altri.
Rami Khalifé, nato a Beirut durante la guerra civile libanese, ha fatto della sua musica un ponte tra mondi. Pianista e compositore eclettico, ha saputo oltrepassare i confini della classica reinterpretandola con audacia e contaminandola con elementi elettronici e sperimentali. Si è esibito come solista con orchestre prestigiose come la Qatar Philharmonic Orchestra e la Liverpool Philharmonic Orchestra, oltre a comporre colonne sonore per cinema e documentari. La critica lo descrive come uno dei musicisti più influenti della sua generazione, capace di trasformare il pianoforte in un laboratorio di contrasti e possibilità.

Il risultato del loro incontro è “L’Antidote”, in uscita il 19 settembre. I tre talentuosi musicisti ci consegnano un album strumentale composto da nove tracce; un ammaliante viaggio sonoro denso di raffinatezza, forza espressiva e infinite sfumature. Brani dalle atmosfere intime si intrecciano con composizioni dai ritmi travolgenti, in un viaggio che alterna profondità introspettiva ed esplosioni di energia. “L’Antidote” è un macrocosmo in cui convivono “pacificamente” molteplici microcosmi creando un potente equilibro di chiaroscuri. Le sonorità sono specchio dell’anima e del vissuto dei loro creatori. Un percorso che dal Medio Oriente ci conduce sui Balcani fino a raggiungere il Salento. Riferimenti folk tradizionali dei rispettivi paesi di provenienza si mescolano a venature classiche, jazz e bagliori elettronici. Un’elettronica sui generis che prende vita da un sapiente uso della distorsione e di effetti applicati allo strumento acustico. “L’Antidote” è pure una dimensione fiabesca in cui tradizione e sperimentazione si incontrano abbracciando lo spirito d’improvvisazione, in un album che non prevede partitura scritta. Uno spazio che si apre alla libertà, infrange i limiti dell’ego delle tre individualità, per creare un noi, per trovare un terreno comune; quella sinergica alchimia che solo la musica può creare. A tale proposito vorrei citare le parole di Bijan Chemirani perché sono davvero emblematiche: “L’Antidote è un’isola dove abbiamo potuto incontrarci e suonare una musica che ci assomiglia e ci unisce al di là delle nostre individualità” Questa sinergia emerge con chiarezza anche nel video di presentazione dell’album, che vi invito a guardare.
Il disco si apre con Pomegranate, primo singolo e biglietto da visita del progetto. Un brano appassionato, vibrante e avvolgente.
Nel video, fra le immagini scorrono delle scritte che recitano: antidoto n°1: il sorriso, antidoto n°2: l’amore, antidoto n°3: la natura, antidoto n°4: l’amicizia, antidoto n°5: la magia, antidoto n°6: la danza, antidoto n°7: il cibo, antidoto n°8: la musica.
Un vero e proprio manifesto visivo di ricerca della felicità. Come il melograno, i cui chicchi separati convivono in un unico frutto, le tre voci strumentali si fondono mantenendo identità proprie. Un inno all’unità nella diversità. A tale proposito mi vengono in mente le parole di Redi Hasa, che nel comunicato stampa, spiega: “Per me la musica è un respiro, un’aria, un incontro. Io, Rami e Bijan ci siamo trovati, e attraverso il linguaggio della musica abbiamo imparato a conoscerci e a raccontare le nostre storie. Sono nati colori bellissimi, radicati nelle terre di Bijan, Rami e nella mia, l’Albania”.
A seguire, The Orchard porta con sé bagliori di un melanconico Tango, è un brano che evoca atmosfere misteriose e nostalgiche. Il pianoforte guida l’ascoltatore in un paesaggio in penombra, mentre archi e percussioni comunicano un sentore di struggente tensione. È una dimensione che richiama delle ombre inquietanti ma ipnotiche: perfetto secondo capitolo del viaggio.
In Desert Plant la musica cresce lentamente, con l’ostinazione, la pazienza e la resistenza di una pianta nel deserto. Quella stessa forza d’animo propria di una persona che ha vissuto l’atrocità della guerra e del dover rimettere insieme i frantumi di una vita distrutta. Qui domina l’incedere del ritmo: funereo, lento, avvolto di cupa bellezza. Totalmente diverso è lo scenario che ci accoglie in Dates, Figs and Nuts: è pura energia che vibra di gioia. Le sonorità profumano di mercati balcanici e mediorientali. Il brano è costruito su virtuosismi, scambi serrati, improvvisazione libera: il trio si diverte, gioca sulla complicità, offrendo una jam jam session irresistibile.
Dopo la frenesia del brano precedente, con Rosée si apre una parentesi contemplativa. Nel brano si respira lentezza, calma e intimità. Se potesse essere una parte del giorno, sarebbe un’alba nei paesi del Sol Levante (le sonorità ci conducono proprio lì). Quell’alba che porta con sé forti metafore: l’inizio di un viaggio, una promessa di luce, un nuovo ciclo. Il fil rouge dell’atmosfera contemplativa prosegue in The Wind Through the Cedar Tree, un brano in piano solo in cui Khalifé sembra richiamare la forza e la spiritualità del cedro, simbolo del Libano.
La febbrile trance della danza torna ancora a far muovere il nostro corpo sulle note di Na Na Na. Gli sporadici vocalizzi dei tre musicisti si mescolano al flusso strumentale. La linea convulsa del pianoforte si fonde a lievi pulsazioni elettroniche, alla forza percussiva di Chemirani, mentre il violoncello si libera in linee febbrili. È la catarsi del disco. L’Antidote qui mostra il suo lato più liberatorio.

Rarefatta, romantica e struggente, Shadows of Flowers on My Wall è quasi orchestrale, mi fa pensare ad un affresco sinfonico. Questo brano è custode di una visione poetica e armonica, il suo lirismo inonda il cuore di infinita bellezza.
Siamo giunti alla fine di questo percorso e L’ombre Qui Passe chiude l’album come un balsamo ristoratore, la delicatezza degli archi – intorno a cui è costruito l’intero brano – inonda tutto di luce. Dopo tensioni, danze e visioni, il disco si spegne dolcemente. Un finale di pace che suggella l’intero viaggio.
“L’Antidote” è un inno acustico e sperimentale, un percorso ipnotico che suscita emozioni eteree e viscerali: dall’abbandono in stati estatici al risveglio delle energie. È un percorso che si apre a mille mondi, sfumature e colori. Ogni brano è un tassello di un mosaico sonoro che unisce Oriente e Occidente, tradizione e sperimentazione, intimità e collettività. Un debutto discografico sorprendente: ascoltandolo si percepisce chiaramente che la musica è spazio di incontro, terapia, varco verso nuovi orizzonti e antidoto; e ci ricorda sempre che la sua bellezza può ancora salvarci. Perché, alla fine, solo la musica può trasformare il dolore in speranza.
Tracklist:
- Pomegranate
- The Orchard
- Desert Plant
- Dates, Figs and Nuts
- Rosée
- The Wind Through the Cedar Tree
- Na Na Na
- Shadows of Flowers on My Wall
- L’ombre Qui Passe


