Naïmah, dall’arabo “colei che dà gioia o “delizia”, è un nome che evoca un dono di luce e di energia vitale. Porta con sé un immaginario di grazia femminile, antica e misteriosa, un’idea di fragile intensità e rinascita.
Non sorprende, infatti, che un progetto musicale nato dall’incontro fortuito tra quattro musicisti bolognesi – nel corso di varie jam session – abbia scelto proprio questa parola come manifesto: un invito alla ricerca di bellezza; creare una musica capace di generare emozioni ed equilibrio, come un gesto di cura.
L’omonimo album d’esordio dei Naïmah è il primo capitolo di un viaggio sonoro tutto da scoprire che intreccia radici arcaiche e cosmopolitismo, intimità e apertura, rigore e improvvisazione.
Il gruppo è formato da Beatrice Lenzini (voce, cori, cembalo, shaker, qraqeb), Fabio Mazzini (chitarra elettrica, acustica, resofonica, voce, cori, grancassa), Giovanni Tamburini (tromba, flicorno, woodblock) e Luca Pasotti (basso fretless, kalimba, cori). Una formazione inusuale, i Naïmah hanno scelto di sovvertire la regola più basilare della musica occidentale contemporanea: rinunciare alla batteria come cuore ritmico. Con loro questa mancanza si trasforma in una opportunità inedita, i membri della band trovano una nuova linfa: il ritmo nasce da una “batteria diffusa” – divisa tra corde, fiati, voci, piccoli strumenti percussivi – che dà vita a un groove ipnotico e ricco di contaminazioni.

“Naïmah”, in uscita il 10 ottobre per l’etichetta indipendente Brutture Moderne, è stato registrato, mixato e masterizzato presso il Duna Studio di Russi, in provincia di Ravenna, da Andrea Scardovi. È un lavoro che conserva un suono “vivo”, mai addomesticato, che respira e si contrae come un organismo vivente. Le sonorità si muovono in uno spazio evocativo e magnetico, dove il desert blues si intreccia con inequivocabili venature soul, richiami afro e delicate aperture folk; ad accompagnare questo scenario c’è l’intensità emotiva della voce di Beatrice Lenzini. Le coordinate di riferimento ricordano Piers Faccini e Michael Kiwanuka ma i Naïmah riescono a sottrarsi al semplice paragone, trovando una sfumatura che si nutre della propria identità.
Se le sonorità aprono paesaggi sconfinati, i testi dei Naïmah guardano invece verso l’interiorità, con particolare attenzione all’esperienza femminile.
Nei brani del disco, composto da sette tracce più un epilogo, emergono temi come la difficoltà di comunicare con autenticità, il bisogno di accoglienza, le ferite, il senso di disorientamento e il legame profondo – a volte conflittuale – con la propria terra.
È una scrittura che non teme la fragilità, anzi la trasforma in voce corale, capace di risuonare oltre i confini personali. L’uso della lingua inglese con la presenza di un brano in italiano sembra essere un doppio registro espressivo per raccontare le stesse emozioni da prospettive diverse.
L’incipit è affidato al primo singolo, Love and Die, un brano sospeso tra dolcezza e inquietudine; una crepa aperta che introduce il tema della fragilità dei legami e del rapporto tra amore e perdita.
La voce di Beatrice Lenzini emerge come un canto ipnotico che sembra nascere da una ferita intima, mentre chitarra e basso creano un tappeto desertico.
A intrecciarsi, il flicorno colora l’arrangiamento con tonalità calde e avvolgenti: un soffio che amplifica la dimensione evocativa del pezzo, trasformandolo in un vero canto rituale.
È l’inizio del viaggio emotivo: la crepa da cui tutto parte.
Il videoclip firmato da Calzini Spaiati Production, mostra la band in studio durante una sessione dal vivo, intensa e senza filtri. Le riprese ravvicinate sugli strumenti e sui volti restituiscono la concentrazione e l’energia del momento, lasciando emergere la forza del brano senza bisogno di artifici.
È un video semplice ma efficace che fa percepire la dimensione reale e viscerale dei Naïmah.
A seguire, Blue Moon si tinge di atmosfere notturne e dilatate, con un groove che cattura fin dal primo ascolto. È un brano in perfetto equilibrio fra soul e blues, capace di toccare picchi di intensità che arrivano alle stelle.
La voce di Beatrice Lenzini sprigiona tutta la sua forza sensuale e sanguigna, mentre basso fretless e fiati disegnano un paesaggio liquido e avvolgente. La chitarra, ora essenziale e rarefatta, ora più decisa, accompagna i saliscendi sonori con tocchi che amplificano le tensioni del pezzo. Il risultato è una canzone intensa, dove ogni nota sembra carica di tensione e sentimento puro.
Con Say Something, secondo singolo estratto, c’è un repentino cambio di tono. Atmosfere delicate dalle tinte folk sorreggono un testo semplice ma incisivo che parla della difficoltà – e della necessità – di comunicare senza filtri. Il videoclip, anch’esso essenziale, rafforza questa urgenza.
I’m Leaving Home è una ballata notturna e malinconica. Il brano ha un incedere meditativo quasi da viaggio. Qui la band sembra guardare all’orizzonte, con i fiati e la chitarra che tracciano la rotta , con la grancassa che scandisce il cammino.
La voce e il controcanto portano con sé un senso di malinconia, distacco e liberazione, trasformando il dolore in movimento.
È uno dei momenti più emozionanti del disco che custodisce una bellezza cinematografica, sarebbe perfetta come colonna sonora di una storia in cui il dolore si trasforma in libertà.
Afro Boat ci conduce nelle onde vibrazionali del pezzo più contaminato del disco, dove le influenze africane e i ritmi corali tribali emergono con chiarezza, sia nella strumentazione che nelle voci. Percussioni e basso creano un’onda che trasporta lontano, mentre i fiati aggiungono un groove pulsante, dialogando con la chitarra che richiama il legame profondo con la terra e il mare.
La vena malinconica ritorna con un’altra ballata del deserto: Flowing in Vein. Sembra un lamento lanciato in mezzo al nulla, qui la voce della Lenzini tocca le sue sfumature più cupe, esulcerate dai fiati e da sonorità ritmiche percussive che tingono tutto di color sabbia, come una fotografia sfocata.

A pochi passi dal termine di questo viaggio c’è l’unico brano in italiano: Radice Nera, che dà corpo al tema del radicamento e della ferita. Folk e soul si mescolano in una ballata oscura e colma di contrasti. Il basso e le distorsioni diventano voce interiore, la chitarra ed i fiati aprono squarci di luce.
Le sonorità si fanno più oscure e tese, con un impasto che unisce blues-folk desertico e accenni mediterranei.
È forse il momento più intensamente identitario del disco. Il titolo rimanda a un legame profondo con la terra, ma anche a un’ombra difficile da sciogliere: “Baciami gli occhi e ti bagnerai nella loro malinconia/ Baciami gli occhi e ti bagnerai nella loro verità”.
La conclusione del percorso sonoro è affidata a Epilogo, che riscrive l’incipit in chiave strumentale. Bagliori distorti e sfumature mediorientali, popolati da sussurri e atmosfere sospese, chiudono l’esperienza evocando albe di rinascita e nuovi inizi.
Il cerchio si chiude tornando a Love and Die, ma in una forma nuova: rielaborata, più rarefatta, come se il viaggio avesse trasformato lo sguardo.
Con il loro album d’esordio, i Naïmah dimostrano di essere una voce chiara e originale nel panorama contemporaneo. È un disco che cattura, che desta l’attenzione ma non è immediato: profuma d’improvvisazione senza escludere ricerca e perizia tecnica.
La sua dimensione è il viaggio, quello che puoi compiere anche stando immobile, un debutto che lascia la promessa di un futuro ricco di scoperte e sorprese.
Tracklist
01. Love And Die
02. Blue Moon
03. Say Something
04. I’m Leaving Home
05. Afro Boat
06. Flowing in Vein
07. Radice Nera
08. Epilogo


