“There will come a soldier/ who carries a mighty sword/he will tear your city down/oh lei, oh lai, oh Lord”
Questa frase, tratta dalla canzone Soldier, Poet, King della band The Oh Hellos, penso riassuma perfettamente lo spirito di questo album, “Ricondito” (Dumba Dischi), di Chiara Furfani, in arte Tabascomeno.
L’esordio della cantautrice è avvenuto a settembre 2025 con il singolo Echo, seguito da Tavolo tondo con Acqua Distillata e Tempo: tre canzoni che ci hanno guidato verso l’album completo, uscito il 9 gennaio, che ha conquistato subito spazio nelle playlist Spotify “New Music Friday Italia”, “Novità indie italiano” e “Fresh Finds Italia”.
È difficile parlare di questo album senza elogiarne, in primis, la complessità concettuale, sfaccettata e polisemica.
Le influenze sono molteplici e si riflettono anche nella parte strumentale, che evoca sempre una terra altra, indipendentemente dallo stile adottato. In questo contesto emergono in particolare gli elementi della cultura medievale, con richiami testuali alla cultura ellenica.
Nel percorso delle canzoni dell’album, questi rimandi emergono non tanto come semplici citazioni, quanto come influenze necessarie alla definizione e all’analisi di un diverso nucleo: la terra, in questo caso la Calabria, in cui la cantautrice affonda le sue radici.

Apparentemente, una citazione diretta al luogo d’origine della cantautrice compare solo in una canzone, 17 maggio; personalmente, però, ho percepito un fil rouge indiretto che attraversa l’intero album.
Cavalieri erranti e figure mitologiche hanno dato vita a storie immortali: il Sud Italia, storicamente cangiante per costrizione e prosciugato per interesse coloniale, ha generato, in chi ne riconosce l’essenza, un sentire complesso, composto dalla resistenza quotidiana di persone reali che, con il loro martirio di amore e di legittima rabbia, lottano alla stregua dei santi e degli eroi.
È proprio in questo punto che, secondo me, avviene uno dei contrasti concettuali più interessanti di tutto l’album.
C’è un ambiente, il Sud Italia, che è ben definito e di cui si avverte l’eco in ogni traccia: i richiami al mondo ellenico e al folklore possono amalgamarsi antropologicamente con questo territorio, ma nel contesto di questo album non sembrano voler definire l’ambiente; piuttosto, appaiono come un concetto verso cui camminare e in cui rifugiarsi, un simulacro per tendere altrove.

“Illuditi, dove la gente fiera si dosa / come se volessi essere qualcuno che non sei”.
Già in questa prima canzone, Intro CLXXI, possiamo scorgere questa utopia che “è là nell’orizzonte” e che “serve per questo: perché io non smetta mai di camminare” (Galeano): qui viene rappresentata ora in un gioco di ali, ora in cavalieri che ci insegnano gesta, per andare oltre, verso un fine ultimo che è la crescita personale.
Se in questo intro sono presenti i mezzi attraverso cui ci si indirizza verso l’altrove, in “17 maggio” emerge il punto da cui si parte: “Ieu i ’ccà mi nde gghiri” (Io da qui me ne devo andare).
La casa non è un luogo accogliente, ma un blocco, che al massimo può essere celebrato e riconosciuto nei pezzetti fluttuanti che compongono questo mondo.
In Tempo vediamo invece l’inizio di questo viaggio, anche attraverso il videoclip diretto da Alice Adami, in cui un eroe resiliente attraversa luoghi che sembrano avulsi dallo spazio e dal tempo: rappresentazioni visive dei saliscendi che un’anima in crescita compie nel suo percorso, con lo slancio di un Astolfo che, attraversando “ruine di cittadi e di castelli” (Orlando Furioso), va a recuperare il senno di Orlando sulla luna. Qui, però, il viaggio non sembra avere il fine di recuperare la ragione, quanto piuttosto di metterla da parte a favore di una più genuina connessione con il mondo circostante. Richiami medievali e natura diventano sia utopia per andare avanti, sia città ideale in cui proteggersi e astrarsi.
“È in tuo potere scegliere il balzo / che domani dovrai fare”.
Il cavaliere in Tempo è instancabile e si fa guidare da quell’istinto di lotta che rifiuta una vita inferiore alle proprie aspettative. Questo ci introduce alla canzone successiva, Icaro.
Conoscersi e sfidare il mondo, anche a costo di vedere sciolte le proprie ali, nel percorso verso la luce che “emana bagliore astrale”. È questa la forma d’amore sinceramente compiuta che ci viene proposta nell’album, mentre per tutte le altre sfumature del sentimento nelle canzoni c’è solo la tenera consapevolezza di “una figura un po’ bizzarra” che “d’amore ella leggeva, d’amore ella parlava ma ancora amore / ella / non conosceva” (Brughiera).

Un rapsodo che, per cercare un filo conduttore nei canti che vuole cucire insieme, si dissocia da se stesso: “Guardo confusa le parti del corpo che non appartengono a me” (Tre punti interrogativi). Tenera consapevolezza che però ha un fine ultimo, cioè trovare se stessi per avvicinarsi agli altri: “Volevo conoscermi per stare accanto a te” (Echo), perché senza conoscersi “In senso antiorario io cado” (Tavolo tondo – con featuring Acqua Distillata), con solo “un’arma sotto il palmo / di certo quella farà più danno / […] / un fiore e una penna / in fondo al fiato / di certo, no, non è un reato” (Brandire).
Persone con i loro piccoli mondi pieni di luce, che fanno arte per sfuggire all’orrore, mentre cercano un ponte tra loro e gli altri. Non stiamo forse raccontando questa storia?
Penso che il percorso di questo album sia un viaggio dell’eroe che, attraverso brani che raccontano storie in maniera simbolica e indiretta, trova il suo compimento in un racconto verace, viscerale, ma anche profondamente consapevole.
Con un’intimità e una delicatezza rare, oltre alle vicende esterne narrate nelle canzoni, l’album ci dona un sentire anche interno che riesce, nella sua specificità, a diventare universale. Consigliato.
Foto Federico Durante


