“Ohdio” – Tundra

Tundra - Ohdio

Tundra è una band alternative rock nata a Pisa nel 2019, composta da Daniele Piai alla voce, Federico Vannelli al basso, Lorenzo Mariotti e Matteo Carli alle chitarre e Lorenzo Artigiani alla batteria.
La band muove i primi passi con alcuni anni di gavetta, esibendosi nei locali della città natale dei suoi componenti.

In quel periodo la band produce il primo EP, “Tundra”, a cui segue il primo album “Nuvole rosa, ragni e guai, pubblicato nell’aprile 2021, in cui il tema preponderante è quello delle relazioni umane. Ora è in uscita il nuovo album Ohdio, previsto per il 20 marzo 2026 per Edac Music Group.

La gestazione di questo lavoro inizia nel 2024 presso il Redroom Recording Studio di Nodica (PI), con Giulio Ragno Favero alla registrazione e al mixaggio del disco. In questo nuovo progetto la band abbandona le sonorità precedenti per esplorare un pop punk incisivo e potente.

La prima cosa che mi è venuta in mente ascoltando “Ohdio” è che questo album riesce a mettere la persona e i suoi desideri al centro, con un linguaggio irrimediabilmente aggressivo attraverso il quale emerge però il desiderio di riappropriarsi di una vita vera e bella, e di ritrovare tempo libero da dedicare ai propri rapporti umani.

Sonorità decise e arrabbiate, testi duri che descrivono vari aspetti della vita nell’era del tardo capitalismo. Questo termine, già di per sé di matrice marxista e quindi carico di un materialismo storico che lascia poco spazio a dissertazioni esistenzialiste, a mio parere porta in superficie uno dei concetti chiave dell’album.

Siamo diventati macchine nel grigio delle città, alienate e ottimizzate solo per il lavoro. A breve potremmo ritrovarci ad aspirare lo smog del tessuto urbano, mentre l’aria si fa sempre più corrotta e avvelenata. Eppure, in questo album, la freddezza a cui sembriamo essere condannati fa un passo indietro.

Un Dio che dovrebbe essere il “sospiro della creatura oppressa”, un costrutto sociale del tutto illusorio, qui sembrerebbe quasi non dover esistere, ma allo stesso tempo diventa uno specchio: gli esseri umani, che dovrebbero essere macchine, non possono fare a meno della rabbia, del dolore, del sangue e della rivendicazione.

È questo, secondo me, il punto cruciale che attraversa le canzoni e che rende l’album una rappresentazione complessa, stratificata e profondamente umana del mondo, pur riconoscendo quanto esso sia schiacciato dal ghiaccio dei tempi moderni.

Nella prima traccia, “Noia”, la frase “Ma io mi posso incazzare senza che mi si accusi di malattia mentale? / Diresti mai a qualche animale di andare a farsi curare?” mette in contrapposizione due meccanismi diversi, ma connessi. Da un lato, vediamo le imposizioni repressive di un ordine sociale precostituito, che controlla le masse e gli individui per convenienza e comodità. Dall’altro, c’è un meccanismo evolutivo biologico che prescinde dal sociale.

In questa contraddizione emerge il bisogno di umanità e l’impossibilità di farsi definire da un unico modello teorico, che permea, secondo me, tutto l’album. Comportarsi secondo certi schemi è un’imposizione inapplicabile senza la repressione del sé, per esseri umani che sono poco più che animali evoluti. Entrambe le teorie possono coesistere.

In “Zero catene”, il tema principale è l’amore, ma mi concentrerei soprattutto sulla frase “Le api muoiono”, a mio parere si collega bene con il discorso sociale che attraversa l’album. Le api, animali notoriamente comunitari, diventano una metafora potente. Questo richiamo si integra perfettamente con la critica sociale che permea l’album, dove, a partire dalla globalizzazione, l’idea di collegamento, il bisogno dell’altro e la cura comunitaria sono stati rapidamente sostituiti da un’idea di uomo autosufficiente, che non ha bisogno di nessuno, neanche di se stesso, lontano da tutto.

“Zero catene” può più che liberarci riflettere la modernità liquida teorizzata dal sociologo Zygmunt Bauman, in cui la possibilità apparentemente infinita di scelta sociale lascia solo spazio a un vuoto infinito. Questo concetto di vastità, così immenso da risultare svuotante e sfinente, ci illude che ci siano infinite opportunità, facendoci credere che nulla abbia davvero valore. Oltre a essere umiliante nei confronti degli altri, questo svuotamento ci priva anche di noi stessi, in una corsa senza fine alla ricerca di qualcosa che, pur essendo ormai vuoto e inutile, è diventato necessario per mantenere un’apparente produttività. Una prerogativa sociale attuale che ci sfinisce.

“Quando faccio il mio piacere non ne godo mai a dovere”, dice “Il mio dovere”, perché oltre ad essere privati del tempo libero, lo siamo anche del suo valore. Questo, alla fine, ci porta a non godercelo affatto, riducendo tutto a un semplice “Mi danno dei soldi e nel frattempo mi annoio” (Padrone).

“Dono di D” analizza la figura di Dio, che sembra essere resa inesistente. Tuttavia, a mio parere, essa condensa la necessità di cancellare una figura che è stata usata come simulacro e giustificazione per abusi repressivi, ma anche la necessità di rispecchiarsi in qualcosa di definito, anche se in negativo. Si afferma che Dio non esiste, ma anche che “Dio è come me, lui non resiste / ed è per questo che tutto poi finisce”, un Dio che è attivamente cattivo, ma allo stesso tempo utile.

Da qui, mi sembra interessante citare un film che, secondo me, ha un filo rosso di sensazioni in comune con questo album: La ballata di Cable Hogue di Sam Peckinpah. Ambientato in un West che non è più West da tempo, e girato nel 1970, quando il genere aveva già ampiamente accettato la sua crisi, il film racconta la scomparsa di un mondo piccolo, rurale, fatto di certezze e timore reverenziale, insieme ai suoi simulacri—santi, eroi, preti—che un tempo erano il suo perno.

-Cable Hogue: And you wouldn’t doubt a man of the gospel, would you?
-Cushing: Of course! That’s the first man I’d doubt.
-Cable Hogue: By golly. I’ll be damned. Looks like I came to the right place after all”.

[Trad.
Cable Hogue: Non dubiteresti di un uomo di Chiesa, vero?
-Cushing: Certo! Sarebbe il primo!
-Cable Hogue: Per Dio! Sarò dannato! Sembra io sia nel posto giusto.]

Unicellulare brama quel ritorno agli stadi primordiali dell’evoluzione, a favore di una vita più semplice, un tema ripreso anche in Interludio con la frase “Sarà bello tornare animale ed avere di meglio da fare”. L’aspetto su cui mi soffermerei, però, è racchiuso nella frase “Vorrei tanto evitare / una morte orrenda dentro la città / una morte orrenda in una macchina”, dove l’associazione con “La ballata di Cable Hogue” mi sembra inevitabile.
La nostalgia per un mondo che non ci sarà mai più, schiacciato dal progresso tecnologico, raggiunge il suo apice nella scena finale del film, quando il protagonista viene ucciso proprio da un’automobile—simbolo evidente di un mondo in via di estinzione. E in questo contesto, il verso “A darmi l’ultimo saluto / non ci voglio i preti” (Un bel funerale) sembra assumere un significato ancora più profondo.

“Preacher: The devil seeks to destroy you with – *machines*! Ask me how I know. There are those of us who talk to God. God talked to me the other day. He said: “Inventions are the work of Satan. Tell them how it is, James.”

[Trad.
Il diavolo cerca di distruggerti con le macchine! Chiedimi come lo so! C’è chi tra di noi parla con Dio. Dio mi ha parlato l’altro giorno. Ha detto: “Le invenzioni sono di Satana. Diglielo, James.”]

(La ballata di Cable Hogue)

La rivolta mortifera, che sotto lo stress costante del capitalismo può risultare quasi consolatoria, è espressa in Odio con le parole “Vi odio, animale uomo o donna / Niente mi consola”. Esclamazioni nascono dall’effetto depressivo e deleterio di una matrice sociale che porta anche a non provare gioia, come in “Non esulto, non esulto”.

Il fine ultimo, infatti, è godersi la vita a dispetto del capitale e insieme agli altri, come affermato in La macchina, dove si canta “Me la sono goduta senza rimpianti / me la sono goduta senza risparmi”. In questo brano, vedo anche un desiderio recondito di unione, oltre la rabbia.

“Milioni di terrazzi e i vasi cadono / non c’entrano gli Dei” (Milioni) è, a mio parere, perfetta per la canzone conclusiva dell’album. Lo spazio per i dubbi, anche se velato dalla rabbia, svanisce, lasciando solo la necessità viscerale di non giustificare in alcun modo l’oppressione sociale, evitando di darne la colpa a concetti astratti. Conta solo chi c’è e che, prima o poi, dovrà pagarla, per quanto vanamente.

Un album che condensa la lotta del tardo capitalismo, lasciando però piccoli spazi per sprazzi di dubbio, esistenzialismo e poesia.

Molto consigliato.

Tracklist:

01. Noia
02. Zero catene
03. Dono di D
04. Unicellulare
05. Odio
06. La macchina
07. Interludio
08. Il mio dovere (focus track)
09. Padrone
10. Un bel funerale
11. Milioni

Foto Piera Mancini