“Ciclopedonale” – Olivia Santimone

Santimone Album

Quando ascolto qualcosa di nuovo, soprattutto se “piccolo”, mi approccio sempre con molta empatia: mi risulta molto facile, di solito, provare a immergermi nel mondo, magari diverso dal mio, di qualcuno che ha un bisogno di esprimersi tale da “dare in pasto” a sconosciuti i propri pensieri e suoni.

Ma ci sono volte in cui l’empatia che provo è rafforzata da una particolare connessione, che mi attrae a pelle, forse è successo anche a voi. E questo mi è accaduto nelle ultime settimane, quando ho piacevolmente scoperto l’ultimo lavoro di una giovanissima musicista ferrarese, Olivia Santimone, e in particolare il suo LP di esordio, dal titolo “Ciclopedonale”. Un titolo che preannuncia il tipo di strada che percorrerai se inizierai l’ascolto.

Particolare empatia, dicevo. Sì, perché – come per Olivia- la bicicletta è anche il mio modo preferito per muovermi: se fossi in grado di creare una soundtrack alle mie lunghe pedalate penso che sarebbe proprio composta da tutte le tracce di “Ciclopedonale”: un flusso lento, poco ritmato, ma con virate che non ti aspetti, e tanti rallentamenti, che consentono quel flow di pensieri che solo le due ruote possono darti.

Olivia Santimone è cresciuta in una famiglia di musicisti: il padre è chitarrista e insegnante al Conservatorio, mentre il fratello è un pianista jazz; benché la mamma non sia musicista, è sempre stata un’ascoltatrice molto avida.

La sua Ferrara – ha raccontato – pur essendo una realtà piccola e con un microcosmo molto chiuso (e, guarda caso, definita “la città delle biciclette”), dal punto di vista musicale costituisce un ambiente complesso: da un lato può risultare difficile emergere, dall’altro esiste una comunità viva, affiatata e molto attiva — al punto che “è persino complicato prenotare una sala prove” dice Olivia “perché sono sempre occupate!”.

Saliamo in sella, dunque, e poi imbocchiamo la Ciclopedonale.

Si parte con una interessantissima Intro, un arpeggio ovattato che sembra arrivare dallo spazio, frammisto a stralci di conversazioni che potrebbero benissimo appartenere a una popolazione robotica aliena. O, pensandoci bene, potrebbero trovarsi nella testa di chi sta pedalando per allontanarsi dal caos metropolitano.

Ascolto Ciclopedoni – forse il mio pezzo preferito dell’intero album, nonché quello che, per sua ammissione, Olivia userebbe come “biglietto da visita” – e ho la conferma di quel che ha raccontato l’artista a proposito del contesto nel quale sono state partorite le sue canzoni: sulle ciclabili, mentre Olivia si muoveva sui pattini e sulla bicicletta dalla città verso la campagna. Appena premuto play percepisci subito l’etereo mondo di Olivia, fatto di tante onde sonore diverse, synth, suoni dolci – ma anche acidi – e pochi paletti. Lo definisce Olivia “il primo passo di un viaggio verso l’ignoto”: non ne comprendi la direzione ma sai che potrai lasciarti trasportare su quelle due ruote, verso un altrove impossibile. Preziosa nel lavoro di Olivia è la sezione fiati, che rende subito più jazz questa e altre tracce. Degna di nota è anche la reprise in terzultima posizione, ad impreziosire ancor più una traccia decisamente importante.

Sifonofori ha un sound affascinante, arcaico, che evoca molto bene quegli oceani arcaici e lontani nei quali abitano gli animali del titolo: si tratta di esseri viventi imparentati con le meduse, ma che di diverso hanno il fatto di essere organismi coloniali, cioè composti da tanti piccoli “moduli” specializzati a fare qualcosa, che cooperano indissolubilmente. Senza dare il via a un trattato naturalistico, vi basti sapere che la temuta e gigantesca Caravella portoghese, con i suoi tentacoli lunghi decine di metri, è in realtà un sifonoforo, non una medusa come tutti pensano. Visualizzate così Sifonofori nella vostra testa: le chitarre che si aprono a ondate, synth che filtrano una luce flebile dall’alto, una voce che accetta la dissoluzione senza drammi. La canzone respira lenta, si dilata senza urgenza, non promette niente. E il quotidiano pian piano si perde e si sfoca nell’onirico.

Io e il Gigante è stato l’ultimo splendido brano nato dalla penna di Olivia: dopo mesi di ricerca del tassello mancante del disco, è diventato poi il pezzo più lungo e articolato del disco.

C’è un momento, a volte, in cui capisci che la persona da cui devi allontanarti è proprio quella senza cui credevi di non poter vivere: quando il dolore diventa insostenibile, l’unico modo per affrontarlo è scriverlo fino in fondo.

La canzone prende forma come una lettera impossibile, attraversata da rabbia trattenuta e nostalgia profonda. Non ci sono soluzioni facili, dice Olivia: è il tempo a trasformare il dolore in qualcos’altro. Un addio difficile, ma necessario: quello che, solo dopo, riesci a riconoscere come un atto di crescita e, infine, di gratitudine. Notevolissime le parti del pezzo magistralmente recitate e fuse armonicamente con il cantato etereo: “E io ancora non capisco! /In questo posto lastrattismo / Sembra intento a governare / Una realtà collaterale/ Di cicale con lombrello/ E di alberi a cervello/ Tutti intenti a camminare/ Verso il nulla colossale”.

Fino a qui non so se ci avete capito molto: a che genere appartiene, quindi, “Ciclopedonale”? Non ve lo dirò, mi dispiace deludervi. Questo ragionamento, se avete letto altri miei scritti, l’ho fatto a più riprese: abbiamo la tendenza a etichettare ogni cosa, ma non credo ci sia bisogno di definire con esattezza sempre tutto, tantomeno la musica. Forse è un’abitudine che ci tranquillizza, che ci illude di avere la padronanza su quello che stiamo sentendo, ma non è sempre davvero necessario, anzi trovo che talvolta sia persino molto stimolante questa apparente confusione.

Olivia stessa fa fatica ad autodefinirsi: ha dichiarato di amare il fatto che sia difficile incasellare il disco. Le piacerebbe essere posizionata nel mondo del progressive, anche se – dice lei – le sue sonorità sono ancora molto morbide e semplici per poter avere di diritto questo appellativo.

Non ci occupiamo troppo, dunque, di fare ordine: meglio godersi il viaggio, piuttosto.

E non a caso è la volta di A Triptania: una registrazione di rumori di città, quelli che quando hai mal di testa sono così amplificati nella tua scatola cranica: motori, passi, campane, voci, biciclette che frenano, ma anche gli immancabili e ben padroneggiati synth.

La scrittura di Olivia è un aspetto sul quale è indispensabile soffermarsi: non è facile leggere i testi di un cantautore – soprattutto se agli esordi – e trovare già una direzione, un segno distintivo, che qui invece ho già trovato. Prendete la delicatissima Woland, per esempio: “Sui marciapiedi terra e fango / In questa dimensione fatta di cattivo umore /Si aprono mille e più scenari/ Per potersi abbandonare ai deliri immaginari/ Di chi porta un macigno stretto al collo/ Senza potersi liberare da questa legge universale”.

Oppure la freschissima e funky Sargran: “La terra ha ruotato di sessantotto gradi e sembra / Che la mia ombra non mi lasci scelta/ Continua a sorpassarmi e resta in testa”.

Una scrittura che parla di un mondo soggettivo, fatto di ironia, realismo ma anche di assurdo e grottesco, e lucido trip mentale.

Troppo vaneggiante 7, per darle un titolo, meglio non distrarre lasciando semplicemente l’indicazione numerica della sua posizione in tracklist: “Una mezza idea ce lho, dov’è laltra metà?/ Mi aggrappo ai miei neuroni spenti, senza elettricità.. I mostri sotto al letto si nascondono da me/ Mi capita di chiedermi, ma il mostro chi è?

Certa che questo stesso viaggio lo intraprenderò di nuovo molto presto, magari a rotazione, mi avvio verso Outro (Those Who Protect The Land) , la meta momentanea di “Ciclopedonale”: ultimi metri psichedelici che coronano e cadenzano la stanchezza della fine di un lungo viaggio in cui hai fatto fatica – almeno questo si è concretizzato nella mia testa.

Tirando le somme: “Ciclopedonale” è il viaggio di ci non vuole certezze, di chi ha bisogno di lasciarsi trasportare ma senza mail perdere di vista l’asfalto che ti tiene ancorato alla realtà.

Sono sicura che ritroveremo presto Olivia in un nuovo viaggio, al quale certamente mi unirò anch’io “perché in fondo a questa strada non so cosa c’è/ Ma quei colori stento a credere siano solo molecole”.

Tracklist:

01. Intro
02. Ciclopedoni
03. Sifonofori
04. Io e il Gigante
05. A Triptania
06. Sargran
07. 7
08. Ciclopedoni (reprise)
09. Woland
10. Outro (Those Who Protect The Land)

Foto Giorgia Aceto