Drugosaaspettare: il presente che non ci piace, senza censure

DrugoSaAspettare è una band rock alternativa italiana emergente nata durante il periodo della pandemia da Covid-19, capace di trasformare l’energia grezza del rock in un linguaggio diretto e incisivo che parla della contemporaneità con voce graffiante e testi taglienti.

Formata da Valerio del Nero (chitarra e voce), Fabrizio Basile (basso) e Stefano Stalteri (batteria), la band ha maturato il proprio stile attraverso esibizioni dal vivo nell’Emilia-Romagna, trovando nel circuito underground e negli spazi indipendenti un terreno fertile per crescere e confrontarsi con il pubblico.

Musicalmente, DrugoSaAspettare si distingue per un sound che richiama le suggestioni del rock alternativo e del grunge, con testi che condensano tensioni sociali e personali in immagini evocative e interrogative, come emerge dall’interpretazione delle tracce del loro EP Zona, pubblicato poco prima di ottobre 2025 e presentato in anteprima proprio all’Insider Fest di Casalecchio di Reno.

In queste canzoni i ragazzi affrontano tematiche come la frustrazione contemporanea, la mediocrità del quotidiano, la dipendenza dai dispositivi digitali e il desiderio di riscatto personale, trasformando ogni riff e ogni verso in una sorta di dichiarazione di ribellione vitale contro un mondo “marcio” e anestetizzato.

Dopo averli visti live (QUI il nostro live report) ho con piacere scambiato quattro chiacchere con la band.

 

Come mai avete scelto il nome ‘Drugo sa aspettare’ per la vostra band? Quando vi ho incontrato la prima volta, devo ammettere che l’ho collegato subito a Arancia meccanica, ma poi ho scoperto che in realtà è un riferimento a Il grande Lebowski. Come mai questa scelta?

Come spesso accade, tutto è nato quasi per gioco. Per un po’ abbiamo continuato a sparare nomi a raffica: giochi di parole, acronimi con i nostri nomi, ossimori, metafore. Molti erano già utilizzati, altri semplicemente non ci piacevano, non ci rappresentavano fino in fondo.
Sapevamo però di volere un nome in italiano, semplice, diretto, che contenesse anche una visione lievemente grottesca del mondo in cui viviamo oggi. Qualcosa che non suonasse costruito, ma naturale.
Poi, una sera, dopo un paio di birre, è uscita dal cilindro una battuta finale de Il Grande Lebowski, film che amiamo tutti e tre. Jeff Bridges, nei panni del Drugo, prima di tornare a giocare a bowling risponde semplicemente: “Drugo sa aspettare”. In quel momento è stato tutto chiaro. Riattaccata e scritta tutta d’un fiato –  DrugoSaAspettare -quella frase ci apparteneva.
Il nome della band è immediato, racchiude un mondo ed è perfetto per il nostro modo di stare dentro le cose: andare avanti con calma, senza forzature, lasciando che il tempo faccia il suo corso.
Come Drugo, restiamo in attesa: prima o poi qualcosa accadrà. E quando accadrà, sarà il nostro momento.

Quali influenze musicali hanno avuto un impatto maggiore sul vostro percorso artistico e umano? E come sono riuscite a conciliare queste diverse influenze nella creazione dell’EP “Zona” ?

Le nostre età ci hanno permesso di vivere molte novità in prima persona. Abbiamo attraversato l’esplosione dell’alternative rock tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, con ascolti quasi bulimici, assistendo alla nascita e alla diffusione del sound americano di quella decade, in particolare quello legato alla scena di Seattle.
Non si trattava solo di sonorità precise, ma di una vera e propria filosofia di vita; un linguaggio che ha dato voce a un’intera generazione: la possibilità di esporsi chiaramente, di rivendicare le proprie fragilità, le contraddizioni, in alcuni casi gli abusi e le differenti identità.

Quel modo di stare insieme, di condividere, ci ha segnati tanto sul piano artistico quanto su quello umano. Nonostante provenissimo da regioni diverse abitavamo, senza saperlo, uno spazio comune.
Le nostre influenze però, non arrivano solo da oltre oceano. In Italia abbiamo avuto band fondamentali come CCCP e poi CSI, Marlene Kuntz, Verdena, Afterhours – e la lista potrebbe continuare a lungo — che hanno saputo reinterpretare quella urgenza in una lingua e in una cultura diversa. In un paese storicamente legato al cantautorato melodico, quel movimento ha rappresentato una frattura netta, una vera rivoluzione.

Zona nasce proprio dall’incontro di queste radici comuni. Non è un collage di influenze, ma una sintesi naturale di ascolti condivisi da un immaginario comune che ci accomuna da sempre.
Anche il video di Zona, diretto dalla filmmaker Alessia Palermo, va in questa direzione: è un tentativo, comunque critico, di trovare un punto di incontro tra generazioni diverse.

I vostri testi sono asciutti ma ricchi di immagini potenti, quasi cinematografiche, come quella del ‘sole atomico’. Come affrontate il processo di scrittura? C’è una metodologia che vi aiuta a creare queste immagini così suggestive?

I testi nascono sempre dopo la musica. Valerio Del Nero, cantante e chitarrista del DrugoSaAspettare, lavora sulle parole solo quando il brano ha già preso forma in sala prove.
Tutto parte da un riff che, condiviso con Fabrizio Pizzotti al basso e Stefano Staltieri alla batteria, la band, è trasformato collettivamente in qualcos’altro. Solo a quel punto arrivano i testi che si devono adattare per musicalità e per ritmo a quelli che ci piace definire giri “marci”.
Se un giro di accordi non è sporco abbastanza, semplicemente non funziona. Solo quando ha quel potenziale marcio, ruvido e anti-armonico allora sappiamo che vale la pena lavorarci sopra. L’immagine nasce proprio da lì: dal suono. Le parole non spiegano, evocano. Si piegano alla ritmica, seguono le fratture del riff, cercano di stare dentro quella tensione.
Non nascondiamo la difficoltà di usare la lingua italiana — armonica per natura — su un suono volutamente crudo, sporco e dissonante. Ma questa frizione è parte del DNA del progetto, è la sfida che abbiamo scelto di affrontare con DrugoSaAspettare.
Riteniamo Sole Atomico il brano più sperimentale dell’EP. E’ nato nel chiuso della sala prove, si basa su soli tre accordi improvvisati, l’anima del rock è tutta lì, è un muro di suono ed è quello con cui chiudiamo i live.
Non ha mai una durata fissa: esiste una struttura chiara, ma tutto il resto è guidato dall’energia della serata e dall’incontro con il pubblico. Andiamo avanti finché sentiamo che è giunto il momento di fermarci, lasciare il palco, salutare e aspettare il prossimo live.

L’intero EP sembra evocare un mondo che non esiste più. In questo senso, il rock può essere visto come un grido rabbioso per tornare a quel mondo, o piuttosto come un tentativo di ricostruire qualcosa di nuovo da zero?

L’EP descrive un presente in cui oggi facciamo fatica a riconoscerci, un mondo che ha perso molti dei suoi punti valoriali. Viviamo un tempo instabile, attraversato da crisi ambientali, economiche, catastrofi umane, guerre che fino a pochi anni fa — a volte fino a pochi giorni — sembravano lontane, perse nel tempo, se non addirittura impensabili. E invece eccole qui a ricordarci chi possiamo essere.
Siamo cresciuti negli anni ’90 e quel suono è rimasto inciso nelle nostre menti, diventando una sorta di lingua comunicativa. La scelta è stata inevitabile, lo abbiamo ripreso e trasformato attraverso le nostre sensibilità, contaminandolo con ciò che siamo diventati, con gli ascolti attuali, le nostre contraddizioni e le nostre attuali disillusioni.

Il rock è per noi una scelta inevitabile, una reazione istintiva e viscerale a quello che oggi ci circonda. Attraverso il suo linguaggio esprimiamo il nostro totale rifiuto e il nostro disagio di fronte a ciò che vediamo e respiriamo ogni giorno.
Raccontiamo il mondo così per come ci appare ora e nell’energia dei riff cerchiamo di dare forma a questa tensione, a questo smarrimento, ma è anche un atto di resistenza contro la disumanità imperante.

In Effetto Wow, emerge in modo ancora più evidente la distanza tra il mondo delle vostre canzoni e quello attuale. Come avete vissuto la nascita della vostra passione per la musica e cosa pensate della direzione che sta prendendo l’industria in Italia oggi?

Se vogliamo restare nel linguaggio del cinema, Effetto Wow potrebbe richiamare Niente di nuovo sul fronte occidentale: una sensazione di immobilità e logoramento continuo, come trovarsi in una trincea permanente. Il brano nasce proprio da questa sensazione e si ispira al sound dei Ramones.
Il testo è una critica all’iperconsumismo di una società che, a nostro avviso, ha perso il senso della realtà, soprattutto sul piano della socialità e della solidarietà umana.

Siamo consapevoli che fare musica non è solo suonare: è un’esperienza che richiede tempo, ascolto, impegno, passione e persino fatica. Oggi, invece, tutto sembra spinto verso l’immediatezza, l’effetto wow appunto, dove il contenuto viene spesso sacrificato in favore della reazione istantanea.
Viviamo in un mondo sempre più iperconnesso e, paradossalmente, sempre più lontano. Siamo diventati schiavi di strumenti che servono a tutto tranne che a parlare davvero e a confrontarsi. Effetto Wow nasce da questo scarto: dalla distanza tra ciò che è effettivamente necessario e ciò che domani rischia di essere superfluo.
Come ci ricorda Pier Paolo Pasolini, sviluppo e progresso non sono la stessa cosa. Sia chiaro: non siamo dei nostalgici, ma vogliamo prendere posizione e raccontare il presente che non ci piace, senza censure.

Il video di Zona, traccia principale dell’EP, rispecchia l’idea concettuale e visiva che avevate in mente per il progetto? In che modo le immagini del video si integrano con il messaggio e l’atmosfera dell’EP?

Alessia nel girare il video di Zona, traccia di apertura dell’EP da cui prende il nome, è riuscita a rappresentare perfettamente l’idea concettuale e visiva che avevamo in mente fin dall’inizio. Ha trasposto, insieme agli attori e attrici, in immagini l’atmosfera che attraversa il progetto musicale DrugoSaAspettare: un senso di disorientamento e di osservazione critica del mondo contemporaneo.
Le immagini e la presenza scenica dei protagonisti, si intrecciano perfettamente con il messaggio del brano, danno seguito alle tensioni e alle contraddizioni che emergono dal testo. Luci, colori, location e movimenti sono pensati per accompagnare l’ascolto, amplificando sia il senso di isolamento, quanto la voglia di resistere, anche nella fuga, tipica della nostra musica.

In conclusione, il video non è solo un accompagnamento visivo o una semplice appendice, ma un’estensione dell’EP: racconta chiaramente ciò che vediamo e percepiamo oggi con lo stesso linguaggio essenziale, ruvido e diretto dei nostri brani. È un tentativo di trasformare l’energia della musica in immagini capaci di restare impresse nella mente dello spettatore.
Perché il rock per noi è un’attitudine, è un atto creativo e di ribellione civile.

Qual è l’approccio con il vostro pubblico durante il concerto? Quanto di voi stessi, quali parti di voi e della vostra collaborazione come gruppo emergono nelle vostre performance sul palco?

Durante il concerto, il nostro approccio con il pubblico è sincero e diretto. Cerchiamo di trasmettere ciò che siamo, sia come individui sia come gruppo, lasciando emergere la complicità che ci lega, cercando di dare sempre il massimo in ogni esibizione.
L’esperienza live è la parte più intensa e significativa del nostro lavoro: è la prova tangibile della sincerità della nostra musica, ma anche un momento fisico che mette alla prova energia e resistenza. La sala prove e il palco sono due realtà diverse, ma entrambe sono facce della stessa moneta: una dedicata alla preparazione, l’altra mostra il risultato ottenuto.

Troviamo però sempre più complicato accedere a spazi e date per esibirci, soprattutto in città in cui i luoghi alternativi si stanno riducendo drasticamente. Nonostante questo, le risposte del pubblico ai nostri concerti sono state positive: vederli pogare e ballare con la nostra musica è stato incredibile, un’esperienza davvero gratificante.
Tornando ai live, ascoltarsi reciprocamente è fondamentale, soprattutto per brani come Sole Atomico, dove alcune parti sono improvvisate.

Essere complici sul palco significa concordare con una semplice occhiata quando il brano deve chiudersi e questo rende ogni live diverso. Vi salutiamo così nella speranza di vedervi in uno dei nostri prossimi concerti. Grazie ancora!

Rod Records